… domanda complessa: popolo troppo ricco per poterlo descrivere in un colpo solo! Se me lo concedete, prendiamo solo una sfaccettatura e ci chiediamo: chi i sono i Guraghe?

Di sicuro i Guraghe sono enjera: pane spugnoso fatto con il teff, una pianta che cresce solo qui, arrampicato tra le montagne dell’Etiopia. È il cereale con i semi più piccoli del mondo, così minuscoli che rischiano di cadere dalla spiga quando piove, rischiano di volare nel vento alla raccolta, rischiano di essere persi tra la paglia alla trebbiatura, eppure sempre si ripete il miracolo: c’è l’enjera che arriva nel grande piatto comune, dove si mangia insieme, vicini, e il cibo sazia tutti.

C’è la mano del contadino che raccoglie un po’ dei semi e li conserva per l’anno prossimo, perché ancora questa pianta riesce con qualche sforzo a scappare da chi pensa ai semi come brevetto invece che come vita.

Gli Etiopi del Guraghe sono un po’ così: semi troppo piccoli per qualcuno, ma loro non ci pensano, sono impegnati a germogliare. I Guraghe sono certamente kochio e bulla, alimenti provenienti dall’ensete, pianta maestosa, simile al banano, ma che accumula amido nel fusto invece che nei frutti.

Solo qui, solo nel Guraghe e in nessun’altra parte del mondo, l’ensete è usato a scopo alimentare, solo qui ha salvato dalla carestia milioni di persone durante le siccità, perché questa pianta non muore se non c’è acqua, si ferma solo, aspetta tenace che di nuovo la pioggia benedica la terra.

È la pianta delle donne: loro estraggono l’amido in un lavoro lunghissimo e faticoso. Loro che preparano la farina da conservare sotto terra mentre conversano in interminabili chiacchierate che finiscono per nutrire non solo lo stomaco.

I Guraghe sono k’etfo, la tartare di carne cruda che delimita il tempo della festa da quello che non lo è. Si fanno parecchi sforzi per poter avere la carne, cibo a cui l’accesso è complesso, ma il tempo del ketfo è imprescindibile: ricorda che la vita è anche riposo, è anche gioia, balli, è anche gustare il tempo con i cari, gli amici, alzarsi presto e pregare alle luci dell’alba, vestirsi di abiti bianchissimi, il ketfo ricorda che si è nati per essere felici.

I Guraghe sono k’awa e k’olo (caffè e un mix di chicci di orzo e arachidi): il benvenuto dell’ospite, non c’è famiglia che non ne offra a chi si affaccia al giardino di casa, non c’è Guraghe che non inviti a mangiarne e berne esattamente mentre si stanno mangiando e bevendo, colorando di sfumature ancora più deliziose un caffè davvero a chilometro 0: la mano che lo versa l’ha raccolto qualche ora prima nell’orto, lo ha tostato, tritato, infuso e infine ne porge una tazzina traboccante (la prima, a cui ne seguiràuna seconda, una terza e forse chissà…).

 

 

Articolo di Valeria Stellin, dottoranda che vive e lavora in Etiopia da diversi anni.