È innanzitutto un lavoro.

È un lavoro che fa sperimentare la differenza tra un’attività ben fatta per un’idea di successo e una ben fatta per il piacere di vedere persone belle diventare ancora più belle.

È un lavoro che mette irrimediabilmente davanti al fatto che ogni cosa per svilupparsi (persona, progetto, comunità, ambiente) ha bisogno di cura.

Non di soldi, non di successi né di ramanzine se le cose non vanno, nemmeno di sforzo.

La cura è elemento chiave, se piacevolmente data.

Il piacere, conditio sine qua non del cooperante: se il lavoro non si svolge con piacere di tutti c’è qualcosa che non va … certo i problemi non mancano (!!) è la vita. Ma il fondo deve essere di piacere, altrimenti è come seminare sull’asfalto.

È un lavoro che insegna ad accogliere l’imperfezione come dono prezioso: là dove le cose si inceppano, proprio lì, si nasconde il segreto del loro perfetto funzionamento.

È un lavoro che spinge a cercare con attenzione la differenza fra la fertilità dell’incontro tra culture e i danni incalcolabili di un’idea etnocentrica di benessere, sviluppo, in ultima analisi di vita e felicità.

Differenza di approccio concettualmente abissale, ma che si camuffa, si maschera, cosicché si riconosce la diversità tra le due posizioni solo attraverso minuscoli dettagli, frammenti insapori e inodori, nascosti con destrezza anche negli animi meglio preparati.

Essere cooperante è lavoro principalmente introspettivo, dovremmo essere come monaci (di qualsiasi religione), in silenzio per metà del giorno, a guardarci allo specchio, chiedendoci chi siamo, perché lo siamo, insomma le solite cose davvero importanti per essere sviluppo.

È un lavoro che mostra la strada che porta lontano: non è quella che lotta contro la povertà ma quella che si chiede come essere davvero poveri.

Non è quella che si batte per aiutare infelici diseredati, ma quella che sa riconoscere il nucleo originario di bellezza, quello che non si lascia intaccare da nulla, e se ne innamora. E basta. Non vuole cambiare niente.

Il paradosso della realtà è che per cambiare tutto bisogna non pretendere di cambiare niente.

Cercare ciò che inferno non è e dargli spazio” dice Calvino, gli fa eco Alessandro D’Avenia.

Per me il cooperante è il lavoro di chi si ricorda ciò che è paradiso, un paradiso terrestre ovviamente.

La strada per diventare davvero cooperante è dunque molto (molto!) lunga. Chissà se mai arriverò al traguardo, per adesso sono ai blocchi di partenza.

Però è una corsa di quelle che ti scompigliano i capelli e ti fanno sentire viva più di quanto ti facciano sentire vincente.

Articolo scritto da Valeria Stellin, dottoranda dell’Università di Bologna in Etiopia.