Vorrei raccontarvi due storie. Sono due storie piene di pregiudizi di genere. La cosa curiosa è che gli stereotipi non provengono dalle persone da cui (per pregiudizio!) ce li aspettiamo.

Salgo sul bus dell’università al mattino presto, sono diretta a una conferenza. Seduta tra i tanti uomini c’è una donna, veste il velo che lascia scoperto solo l’ovale del viso. Mi guarda mentre trovo posto e io non so come contraccambiare. Quasi non la saluto, mi concentro sui colleghi – maschi – con cui scherzo un po’.

Si parte. Mi incuriosisce che quella donna sia lì. Ogni tanto la osservo, la vedo che sonnecchia. Penso tra me che è tristemente diversa dagli uomini presenti con cui sto conversando.

Dopo qualche ora si sveglia. Visibilmente ristorata dal pisolino inizia a chiacchierare con i vicini. Il nuovo comportamento attira la mia attenzione: com’è? D’un tratto fa quello che facevo io prima? 

Infine si alza e viene da me: mi stringe la mano, mi chiede chi sono, cosa faccio. Ora è impossibile non guardare i suoi occhi vispi e mi accorgo che raccontano più del vestito. Le chiedo cosa mai ci faccia lì. Risponde che ha terminato un dottorato in biotecnologie, trascorso un anno in Pakistan per ricerca lasciando a casa i due bambini alle cure del marito – lui è molto bravo con i bambini.

La ascolto basita con gli occhi sgranati. Finché non riconosco in quello stupore il segno inequivocabile di un mio pregiudizio.

Il sentiero per arrivare alla falegnameria è lungo. Soprattutto se è piovuto e c’è fango. Soprattutto perché il bambino ha ormai sei anni, ma la disabilità di cui soffre non lo fa camminare. La mamma lo porta come si portano i neonati: sulla schiena avvolto da una grande sciarpa. Nel gruppo c’è anche il padre e il medico che li accompagna a fare un seggiolino in legno. Il bambino pesa, la mamma rallenta,  inizia a rimanere indietro rispetto ai due uomini. Il padre se ne accorge. La raggiunge e le chiede di fare cambio. Dopo qualche resistenza la donna accetta. Il bimbo transita di schiena in schiena con le gambine ciondoloni. Il padre cerca di fissarlo con la sciarpa. La moglie lo guarda con dissenso, lo aiuta senza troppa fede nell’annodare il fazzoletto, finché il padre si mette dritto in piedi e il bambino scivola un po’. La madre sbotta, lo prende dalla schiena del papà, gli chiede il drappo nel modo che le donne sanno avere, quello che non ammette repliche. Con velocità imbarazzante mette il figlio sulla schiena e riprende la marcia.

Il padre la guarda allontanarsi sul sentiero, poi guarda il medico, abbassa lo sguardo. Gli serviva qualche minuto in più per portare il figlio.

Articolo di Valeria Stellin, dottoranda dell’Università degli studi di Bologna che vive e lavora in Etiopia da diversi anni.

Fotografie di Marco Speciale, servizio civilista della Caritas Diocesana di Udine.