Tra le conseguenze dirette della pandemia Covid-19 in America Latina c’è l’annullamento di importanti appuntamenti politici ed elettorali; uno scenario di sospensione della partecipazione civica che da un lato sembra favorire i governi in carica, ma che inizia a destare qualche preoccupazione per la tenuta democratica di un continente che in passato ha sofferto gravi rotture dell’ordine istituzionale.

Clima di profonda incertezza in Bolivia dove sono state annullate le elezioni presidenziali previste per il 3 maggio. Dopo le dimissioni e la fuga di Evo Morales a seguito del controverso voto dell’ottobre scorso, il potere è in mano al governo transitorio di Yanine Añez. La presidente ad interim si è insediata con la promessa di fare esclusivamente da traghettatrice verso nuove elezioni, ma poi ha cambiato decisamente intenzioni. Il governo ha cercato in un primo momento di escludere il partito socialista (MAS) di Morales dal voto, poi è stata la stessa Anez a scendere in campo, candidandosi in competizione con Luis Arce, ex ministro dell’Economia scelto da Morales e dato come favorito dal sondaggi. Il coronavirus ha bloccato tutto, le elezioni sono state rinviate a data da destinarsi e il governo ha imposto un lockdown molto rigido, con coprifuoco notturno a La Paz e in altre città. L’opposizione del MAS sta premendo per andare a votare tra luglio ed agosto, il governo prende tempo e rimanda tutto a dopo settembre. I partiti, di fatto, non possono fare campagna se non attraverso i social media, una modalità nuova in un paese abituato alla politica “di strada”, con meeting ed assemblee popolari e una grande partecipazione di collettivi indigeni, sindacati, gruppi comunitari.

“L’unica leader che può mostrarsi in pubblico è la presidente – spiega Georg Dufner, direttore della sede boliviana della fondazione Konrad Adenauer – ma la sua è una scommessa rischiosa. Le sue chanche di aumentare consensi dipendono dall’impatto del virus in un paese ancora molto povero e con un sistema di salute particolarmente precario. Il MAS, dal canto suo, preme per andare a votare perché dopo 14 anni di governo non vuole perdere il contatto con la sua gente, oggi obbligata a restare chiusa in casa”.

Dopo i primi due casi di contagio a inizio marzo, il governo guidato da Añez ha decretato la quarantena obbligatoria, che è iniziata con un divieto di uscire prima di mezzogiorno ed è diventata via via sempre più severa fino ad oggi, per cui le famiglie possono mandare una sola persona a fare la spesa una volta alla settimana, con multe per la violazione che vanno da 1000 a 2000 pesos boliviani (133 e 266 euro secondo il cambio attuale). Il sistema sanitario boliviano viene considerato uno dei peggiori del mondo e dispone di appena 35 posti di terapia intensiva a fronte di 11 milioni di abitanti. Sebbene con il governo di Morales sia stata introdotta un’assicurazione medica universale, il sistema di salute pubblico è estremamente precario. Il comparto sanitario privato è molto più efficiente ma è anche uno specchio delle diseguaglianze del paese; non è un caso che il primo morto per coronavirus in Bolivia sia deceduto nel tragitto da una clinica privata, dove si erano rifiutati di curarlo, a un ospedale pubblico.

Fortunatamente il contagio non ha seguito una curva esponenziale, finora ci sono stati 1.802 contagi e 86 morti (dati del 5 maggio) e si è quindi evitato il collasso di un sistema sanitario praticamente inesistente. Tuttavia, lo scorso weekend, i nuovi contagi hanno registrato un aumento di 241 casi  in 24 ore, mostrando un’impennata che ha destato non poca preoccupazione. Non si sono messe in campo reali politiche sanitarie per rifornire gli ospedali delle attrezzature mancanti. I medici sono costretti a comprarsi i dispositivi di protezione personale, situazione per cui hanno minacciato scioperi e hanno denunciato la mancanza di strumenti e infrastrutture. Sono stati registrati vari casi di Covid-19 tra il personale medico e due infermiere, che non disponevano di misure di biosicurezza, sono morte per via del coronavirus. In generale, i morti sono soprattutto anziani e gran parte di essi sono deceduti senza essere nemmeno arrivati a un respiratore. Così come in molti altri paesi, anche in Bolivia non ci sono abbastanza tamponi per pianificare una somministrazione di massa per cui accedono al test soltanto le persone che presentano sintomi del Covid-19. Di conseguenza, si ipotizza che il reale numero di contagi sia molto maggiore rispetto a quello ufficiale. La sinergia tra i centri di salute comunitaria, privi di risorse basiche, e i municipi locali non sta ancora funzionando ma potrebbe essere una strategia vincente per proteggere una popolazione per la maggior parte indigena e legata a modelli di vita e di cura comunitari.

Dal punto di vista economico sono stati distribuiti dei bonus per le famiglie svantaggiate tramite un credito di 327 milioni di dollari appena approvato dal governo con l’FMI, a cui si aggiungono altri crediti richiesti alla Banca Interamericana per lo Sviluppo (BID per la sua sigla in spagnolo) e alla Corporación Andina de Fomento (CAF), per un totale di 1 miliardo di dollari, che è stato quindi la scusa per riportare il paese sotto il ricatto delle istituzioni finanziarie internazionali, e quindi con forti rischi di imposizioni di politiche di austerità e nuove privatizzazioni in futuro. La situazione economica, che aveva registrato i maggiori tassi di crescita sotto il governo di Morales, è oggi a rischio tracollo, dato che si basa soprattutto sull’estrazione e l’esportazione di idrocarburi, il cui prezzo in queste settimane è crollato in modo vertiginoso. Si preannuncia quindi una grave crisi economica che colpirà la società boliviana durante l’estate. Nel frattempo nelle zone di El Alto, dove più del 70% della popolazione vive del commercio al dettaglio, le famiglie fanno fatica a pagare l’affitto, ci sono stati suicidi dettati dalla fame e dalla povertà nella città di Montero (nel dipartimento di Santa Cruz de la Sierra), mentre a Cochabamba diverse famiglie sono rimaste senz’acqua.

 

Foto: El Pais

Il governo di Añez sta portando avanti un discorso militarista di guerra al virus e a chi non rispetta le misure della quarantena. Da questo punto di vista, è evidente che le politiche del governo si siano focalizzate più sulla repressione del dissenso che sul garantire la salute dei cittadini. Con la scusa del controllo della quarantena è aumentata la repressione verso quei settori che avevano mostrato maggior resistenza al golpe di novembre. In zone come la città di El Alto, storico epicentro di lotta indigena, ma anche nella zona cocalera del Chapare, si è inasprita la militarizzazione, con pattugliamento costante dei carri armati e controllo cibernetico  totale. Numerose persone sono state arrestate, 80 sono state processate in direttissima e sono state condannate da 3 a 10 anni di carcere per delitti come rompere la quarantena, attentato alla salute e sedizione. In alcuni di questi casi il crimine è consistito nell’aver diffuso informazioni contro il governo sui social network o aver promosso virtualmente cacerolazos (proteste rumorose con battitura di pentole) da casa. Gli episodi di repressione del dissenso si sono mescolati in molti casi a forme di vero e proprio razzismo: di fatto, dal golpe di novembre il discorso razzista di criminalizzazione del commercio informale, principale pratica di sussistenza della popolazione indigena urbana, è aumentato enormemente, e in questa fase si salda con il clima di guerra alla pandemia, per cui la popolazione più povera viene colpevolizzata perché non può permettersi di seguire le norme della quarantena, In questo senso, un episodio particolarmente grave è avvenuto nel dipartimento di Beni, nell’Oriente del paese, dove il 31 marzo delle donne che hanno convocato una manifestazione contro la fame sono state arrestate e minacciate di condanne fino a 10 anni di prigione: l’iniziativa è stata organizzata per gettare luce sulle condizioni di estrema miseria in cui versa la gran parte delle donne boliviane, che vive di commercio informale. Un altro episodio rilevante è stato il caso dei più di mille migranti boliviani rimasti bloccati alla frontiera, dal lato del Cile, dove erano andati per svolgere lavori di raccolta stagionali. Il governo li ha accusati di essere sabotatori del Movimiento Al Socialismo (MAS, partito di Evo Morales) o turisti usciti dal paese per fare le vacanze. Dall’altro lato della polarizzazione, non sono mancati tentativi di manipolazione politica da parte di alcuni esponenti del MAS che hanno negato la pericolosità della pandemia e definito il virus come un’invenzione di Añez.

In questa situazione di forte scontro sociale e repressione politica, un problema ulteriore è la diffusione del virus tra le forze dell’ordine, che sono gli attori principali incaricati dal governo per far mantenere la quarantena, e che rappresentano circa il 10% dei contagi. Questo espone al pericolo in primo luogo gli stessi poliziotti, che non godono di nessuna misura di biosicurezza, ma anche delle persone che sono in contatto con loro, ossia i gruppi sociali più perseguitati. La popolazione vive quindi uno stato costante di paura, dove la minaccia epidemiologica si somma a, e a sua volta rafforza, quella politica della repressione. Le comunità e le organizzazioni sociali stanno provando a organizzare la resistenza, rigettando il discorso militarista del governo e proponendo iniziative dal basso. Si sono diffuse per esempio le ollas comunitarias (distribuzione di pasti solidali) per le persone più in difficoltà a cui si aggiungono le collette alimentari. Dove il governo ha cercato di colpevolizzare, tramite la geo-localizzazione, le zone più afflitte dai contagi, le persone hanno risposto organizzandosi per disinfettare le strade e diffondere le norme di salute pubblica in lingua aymara invece che invocare l’aiuto dei militari. I cocaleros del Tropico di Cochabamba hanno inviato alimenti a vari luoghi del paese, e soprattutto ai familiari delle vittime dei massacri di Sacaba e Senkata dello scorso novembre, ma anche in questo caso molti autisti dei camion con cui si stavano organizzando le spedizioni sono stati arrestati.

 

Foto: periodico Notas

Nel frattempo, il governo fa di tutto per proteggere gli interessi economici del grande capitale: sono state disposte agevolazioni alle banche, mentre lo sfruttamento delle materie prime, che è sempre stato l’aspetto centrale dello sviluppo capitalista in Bolivia, e che è stato fortemente accelerato sotto il governo di Evo Morales, non si sta fermando nemmeno con il governo Añez, anzi viene rilanciato con incentivi per l’industria della soia e i progetti di fracking. Il governo ha infatti siglato nuovi contratti con le imprese estrattive di gas e sta obbligando i lavoratori di queste aziende a continuare a lavorare a dispetto della quarantena. Lo stesso avviene nei giacimenti di litio, il cui controllo è stato oggetto di una lunga disputa geopolitica che ha avuto un ruolo non indifferente negli eventi che hanno portato al colpo di Stato. Come ormai è noto, l’espansione della frontiera estrattivista e dell’agrobusiness è una delle cause del diffondersi di questa pandemia e delle altre che hanno colpito il mondo in anni recenti. Proprio in Bolivia un’altra epidemia, del cosiddetto arena-virus, si era già diffusa a causa della distruzione degli ecosistemi nella zona nord del paese.

Cosa abbiamo fatto noi e i nostri partner con il progetto Pachamama per arginare l’emergenza durante il lockdown?

  • Attività di informazione e sensibilizzazione sul COVID-19 e sulle misure preventive da adottare per proteggersi da un possibile contagio.  In particolare è stato progettato, disegnato e diffuso digitalmente un flyer informativo ed un video di sensibilizzazione.
  • Dotazione di materiale sanitario di bio-sicurezza. In risposta alle richieste pervenute da parte dei beneficiari, controparti ed autorità locali coinvolte nel progetto, sono stati acquistati e distribuiti
    materiali per la protezione e la bio-sicurezza. In particolare nell’area di intervento di Cochabamba sono stati acquistati materiali di bio-sicurezza e sono stati distribuiti alle Associazioni di produttrici
    COMUVA ed al personale di CIOEC. Anche La Paz sono stati acquistati materiali di bio-sicurezza e si stanno distribuendo ai centri medici del SEDES di Quiabaya e Tacacoma.
  • Dotazione di derrate alimentari a situazioni di vulnerabilità durante la quarantena.  Con l’obiettivo di proteggere la sicurezza alimentare (obiettivo generale del progetto Pachamama) in tempi di crisi sono state realizzate delle dotazioni puntuali durante la quarantena. A Cochabamba sono stati acquistati i prodotti forniti dalle organizzazioni campesine (OECAs) coinvolte nel progetto per
    sostener allo stesso tempo anche le famiglie produttrici. Sono state quindi consegnati alimenti quali yogurt, patate, pasta, uova, quinoa, marmellata, miele e ortaggi per un valore complessivo di 3.000
    Boliviani alla “Casa del Nino”, una istituzione che offre assistenza ai bambini malati terminali e le loro famiglie. A La Paz sono stati acquistati e distribuiti 26 quintali si riso, 6,5 quintali di zucchero, 13 quintali di farina e 120 pacchi di pasta da 5 kg. Gli alimenti sono stati distribuiti tramite i Comuni di Quiabaya e Tacacoma ai nostri beneficiari e ad altre persone delle stesse comunità di progetto in
    particolare stato di necessità.

Fonte: l’americalatina.net