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In Africa il Coronavirus ha fatto registrare finora ufficialmente poco più di 100mila contagi e tremila morti, per la maggior parte concentrati in cinque paesi: Egitto, Algeria, Sudafrica, Marocco e Nigeria. L’Organizzazione mondiale della Sanità ha definito la situazione varia, attribuendo il basso numero di infetti all’età media della popolazione, che è nel continente molto bassa. Ma l’allerta resta alta.

Se l’America Latina è diventata, dopo la Cina e l’Europa, il nuovo epicentro della pandemia da Coronavirus, gli occhi degli esperti e dell’Organizzazione mondiale della Sanità sono puntati anche sull’Africa, dove il numero dei contagi da Covid-19 continua a salire giorno dopo giorno. I casi ufficialmente registrati hanno superato quota 100mila, una soglia simbolica che però rappresenterebbe solo una parte della realtà, visto che molti Stati non hanno praticamente alcuna capacità di screening. Nello specifico, ad oggi, secondo un conteggio effettuato da France Press, 100.002 casi – tra i quali 3.095 morti e 39.070 persone considerate guarite – sono stati annunciati dalle autorità dei Paesi africani su un totale di oltre un miliardo di abitanti.

E com’è la situazione in Costa D’Avorio?

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Fonte: http://www.gouv.ci/Main2.php

Intervista a Elizabeth, educatrice del Ce.V.I. a Daloa per il progetto di Tous à l’Ecole

La pandemia da Coronavirus continua a diffondersi nel continente africano e, in particolare, in Costa d’Avorio, divenuto il focolaio più importante dell’Africa dell’ovest con 7492 casi al 21 giugno e una crescita che varia dai 200 ai 400 nuovi casi al giorno. Sebbene il numero dei casi attualmente positivi sia al momento più contenuto rispetto ad altri paesi occidentali, le dimensioni del fenomeno cominciano a destare preoccupazione vista la curva dei contagi che continua a salire di giorno in giorno.

Il primo caso di coronavirus registrato nel Paese risale all’11 marzo 2020, quando un cittadino ivoriano che aveva soggiornato in Italia è risultato positivo al test. Da quella data il Governo ha iniziato subito a mobilitarsi, pianificando e attuando una serie di misure preventive e di contenimento.

In data 23 Marzo è stato dichiarato lo stato d’emergenza per una durata di 30 giorni, con la possibilità di estensione (al momento è stato infatti ufficialmente prorogato fino al 1 luglio, si vocifera già che sarà esteso almeno fino ad agosto).

La dichiarazione di stato di emergenza ha avuto come conseguenza immediata la chiusura di tutte le frontiere aeree, terrestri e marittime.

Abidjan, focolaio principale del virus, è stata isolata e a livello nazionale sono stati chiusi tutti i bar e i maquis (bar tipici locali) . Le misure messe in atto però non hanno potuto essere stringenti come quelle introdotte negli stati occidentali colpiti dall’epidemia. In un paese dove la maggioranza della popolazione è occupata nel mercato del lavoro informale, un rigido lockdown avrebbe eliminato la quasi totalità degli strumenti generatori di reddito per il popolo ivoriano. Di conseguenza, gli assembramenti non sono stati vietati, ma limitati a un massimo di 50 persone ed è stato introdotto un coprifuoco dalle 21 alle 5 del mattino, successivamente ridotto dalle 23 alle 4 e attualmente rimosso, in modo tale da dare la possibilità alle persone di poter continuare le loro attività lavorative.

In linea invece con gli altri paesi occidentali è stata la scelta di attuare come prima misura preventiva la chiusura tutte le scuole di ogni ordine e grado. Anche in Costa d’Avorio quindi, come in Italia e in tantissimi altri paesi, sono stati i bambini e i ragazzi a risentire per primi e per più tempo le conseguenze del confinamento: l’impossibilità di andare a scuola e di usufruire pienamente del diritto allo studio.

Per avere un quadro più dettagliato della situazione scuola e soprattutto per avere un’opinione sulla situazione in generale dal didentro, abbiamo deciso di intervistare e dare la parola alla nostra educatrice Elizabeth, che segue ed è impegnata in prima persona nel progetto Tous à l’ecole sin dalle origini e che ha potuto riprendere le sue attività nelle scuole, riaperte ormai già dal 18 Maggio (25 Maggio per Grand Abidjan).

  • Chi sei e qual è il tuo ruolo all’interno del Ce.V.I.?

Mi chiamo Elizabeth e sono un’educatrice. Ho conosciuto il Centro di Volontariato Internazionale nel 2007, quando le suore Benedettine del dispensario di Daloa hanno chiesto ai volontari del Ce.V.I. di impegnarsi per i progetti che portavano avanti sull’educazione e soprattutto sui corsi di alfabetizzazione per chi frequentava il dispensario.

In un primo momento sono state le suore benedettine che, notando la mia passione per l’educazione e il mio impegno per la questione della scolarizzazione, mi hanno proposto di affiancare i volontari del Ce.V.I. nei progetti. Ho ovviamente accettato e dopo l’arrivo dei primi volontari, tra cui Rita, il progetto SAD ha preso avvio. Le prime beneficiare del progetto sono state le tintin bagages del mercato (bambine e ragazze che si offrono di portare le borse alle signore mentre fanno la spesa al Grand Marché di Daloa. L’obiettivo era di offrir loro dei corsi di alfabetizzazione in vista di un inserimento scolastico, senza però sconvolgere le dinamiche interne al mercato N.d.T.). Ho notato e apprezzato sin da subito l’impegno e il coinvolgimento dei volontari Ce.V.I. nei confronti dei più bisognosi. Il progetto è continuato ad andare avanti e nel 2017 il Ce.V.I. ha deciso di donare il proprio centro di alfabetizzazione al Governo ivoriano che lo ha riconosciuto come una scuola pubblica.

  • Tornando al presente, qual è stata la risposta del governo ivoriano all’emergenza per la nuova pandemia da COVID-19? Quali piani ha messo in atto per il mondo della scuola? Cosa ne pensi?

In un primo momento il governo si è dimostrato subito pronto a gestire l’emergenza e si è mobilitato per fermare sin da subito il contagio: la chiusura quasi immediata di tutte le scuole, di tutte le frontiere e dei maquis, il divieto di assembramenti, la chiusura di Abidjan e l’introduzione del copri-fuoco. Ora come ora però la situazione sta peggiorando, i casi sono drasticamente aumentati e il Governo non sta gestendo bene la situazione. Tutte le misure di contenimento sono state praticamente revocate e le scuole sono riaperte con l’introduzione dell’obbligo di portare le mascherine. Secondo me questa riapertura delle scuole è stata troppo precoce. La fine dell’anno scolastico è stata posticipata al 30 Luglio per poter recuperare in parte i mesi persi. Per il primo ciclo scolastico non sono previsti gli esami, per le altre classi sì e la pubblicazione dei risultati ci sarà per il 14 Agosto. Per il nuovo anno scolastico si parla di un confinamento preventivo a cavallo tra Agosto e Settembre per evitare la dispersione ulteriore del virus, ma è ancora tutto in forse e dipende sempre dalle decisioni che prenderà il Governo.

  • Come è cambiato il tuo lavoro in questo periodo? E come tu hai vissuto questo periodo?

Con questa riapertura delle scuole il mio lavoro è tornato abbastanza ai ritmi della normalità. Certo, a livello di relazioni interpersonali tutto è cambiato. Lo shock del distanziamento sociale non sarà dimenticato facilmente e la vita in comunità non sarà più come prima. Si evitano i contatti fisici, gli abbracci, i baci e le strette di mano… siamo diventati dei bianchi!

Personalmente non ho avuto troppo paura per me. Sono sempre preoccupata sì, ma più per la comunità. Dalla diminuzione della maggior parte delle misure di contenimento, le persone pensano che il virus stia diminuendo. Purtroppo però qui è avvenuto tutto il contrario, proprio adesso i casi stanno aumentando e il governo da parte sua non si sta impegnando in campagne di sensibilizzazione. Bisognerebbe avere quel senso di protezione costante nei confronti dell’altro, cosa che ancora manca.

  • Quindi il vero problema è a livello di educazione sociale che si ripercuote quindi nella protezione sociale?

Sì. Ormai bisogna convivere con questo nuovo virus, come si convive con altri virus; sicuramente non sparirà entro la fine dell’anno. Ma bisogna restare sempre informati e conoscere l’evoluzione della situazione epidemiologica.

  • Come vedi l’avvenire dell’educazione ivoriana? E in generale del Paese?

Ora come ora non penso che ci sarà un grosso impatto a livello educativo, ma ovviamente il distanziamento sociale condizionerà la vita dei ragazzi (classi meno numerose, meno contatti tra loro, meno contatti con gli insegnanti ecc.).

I prossimi mesi saranno molto incerti per il Paese: la situazione di crisi e l’aumento dei contagi che stiamo vivendo, le elezioni previste per ottobre e quindi lo spettro di una nuova guerra civile. In più, il recente attacco terroristico fatto al Nord del Paese in risposta alle operazioni anti-jihadiste.

Il coronavirus ci ha insegnato che non si può vivere da soli, la solidarietà e l’aiuto reciproco sono essenziali. Ciò vale per un virus, come anche nella lotta al terrorismo e in tutte le questioni politiche e sociali che viviamo. Dobbiamo essere uniti e solidali, dobbiamo aiutarci, sempre.

Articolo redatto dalle Servizio Civiliste del CeVI in Costa D’Avorio.