Dati aggiornati al 23/06:

L’Etiopia, con 110 milioni di abitanti, è il secondo Paese più popolato dell’Africa

Il governo ha ordinato fin da subito la chiusura delle scuole e delle università, invitando la popolazione a lavorare da casa per limitare le occasioni di contagio.

Il primo caso in Africa risale al 14 febbraio. Si trattava di un cittadino cinese in Egitto. Da allora il contagio si è diffuso, ma si tratta comunque di numeri limitati, considerato che in Africa vivono 1,3 miliardi di persone e che il continente ha consistenti e regolari rapporti con la Cina. Ufficialmente, i tre paesi più colpiti del continente sono Sudafrica, Algeria ed Egitto. Tuttavia, il timore è che la fragilità dei sistemi sanitari del continente e la scarsità di medici – secondo l’OMS in Africa è presente solo il 3% del personale medico mondiale, nonostante siano presenti sul suo territorio il 24% delle malattie a livello globale – siano del tutto inadeguati ad affrontare una pandemia globale. Tanto per citare due esempi a caso, in Kenya c’è un solo medico ogni 5mila abitanti, mentre in Uganda c’è un solo letto di terapia intensiva per ogni milione di cittadini. Se finora il continente è stato relativamente risparmiato, non è detto che il corona virus non possa diffondersi con conseguenze devastanti. “Il miglior consiglio da dare all’Africa è quello di prepararsi al peggio e prepararsi sin da oggi”, ha sottolineato il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Tedros Adhanom Ghebreyesus.

Gli ultimi dati, pubblicati giornalmente dal Ministero della Salute Etiope, riferiscono che i casi attualmente confermati di corona virus nel paese siano 4.663 , con un numero totale di 75 morti.

I dati dicono che il profilo del potenziale contagiato sta cambiando. Inizialmente si trattava principalmente di stranieri. Dopo le restrizioni imposte da numerosi Paesi e i blocchi delle tratte aeree, il profilo oggi corrisponde maggiormente a viaggiatori di cittadinanza etiope, perlopiù uomini provenienti da Dubai, Turchia, Usa, Canada, Inghilterra. Ma il dato significativo è quello relativo a casi di soggetti senza alcun trascorso di viaggio all’estero o che pare non abbiano avuto nessun contatto con soggetti affetti dal virus. Questo è un dato preoccupante. Aumenta così l’attenzione del governo nel tentativo di rendere più capillari i controlli e i test nelle regioni: non è casuale, quindi, che l’8 aprile abbia decretato lo stato di emergenza per una durata di 5 mesi rendendone noti i dettagli pochi giorni dopo.

Le locuste e la pandemia: il pericolo non è passato.

“La situazione rimane estremamente preoccupante nel Corno d’Africa, precisamente in Kenya, Etiopia e Somalia, dove è in corso una massiccia riproduzione e dove si stanno formando nuovi sciami che sono una minaccia senza precedenti alla sicurezza alimentare e al sostentamento, alla vigilia dell’imminente stagione della coltivazione”, ha dichiarato la FAO nel suo ultimo aggiornamento sulla situazione delle locuste del deserto.

La risposta è stata complicata dalla pandemia di Covid-19. “Mentre parliamo, l’Etiopia è stata colpita da due gravi problemi: il Covid-19, che oggi occupa il centro della scena, e le locuste del deserto, in secondo piano”, ha dichiarato Baldwyn Torto, scienziato presso il Centro per l’ecologia e la fisiologia degli insetti . La sua équipe sta lavorando per istituire una squadra di pronto intervento che risponda alla nuova ondata di sciami. “Speriamo solo che ci siano ancora autorità statali che si pongono il problema delle locuste, visti i tempi incerti che stiamo vivendo”.

Nella maggior parte dei paesi colpiti dal Covid-19 le azioni di controllo delle locuste sono stati inclusi tra i servizi essenziali esclusi dalle restrizioni di movimento. Questo significa che le équipe che raccolgono informazioni sulla posizione degli sciami di locuste, e le équipe formate per contenerli, possono muoversi liberamente. Finora le forniture di carburante per gli aerei e pesticidi non sono state significativamente colpite dalle limitazioni di movimento globali, ha spiegato Cressman.

E il governo che fa per rispondere alla pandemia?

Questo nuovo assetto comporta ulteriori provvedimenti che si attengono alle linee guide dettate dal ministero della Salute. Fra le varie restrizioni già applicate in precedenza si aggiungono, tra gli altri, il divieto di licenziare i lavoratori dipendenti del settore privato, il divieto di sfrattare gli inquilini e di aumentare gli affitti e il divieto di assembramenti di più di quattro persone. Consentiti invece l’utilizzo al massimo del 50% dei posti a sedere nel trasporto pubblico e privato e del 25% dei posti a sedere della linea ferroviaria Etiopia-Gibuti. E c’è l’obbligo per tutti coloro che lavorano a contatto con il pubblico di coprire la bocca e il naso con mascherine commerciali o fatte a mano o semplicemente con stoffe.

Politica e mercati

Intanto a livello politico le elezioni parlamentari, già posticipate ad agosto causa pandemia, sono state posticipate ulteriormente a data da definire. 

Tra gli aspetti che destano preoccupazione, oltre a quello strettamente sanitario ci sono la gestione dei mercati informali, la lotta all’aumento del prezzo dei generi di primo consumo e la gestione dei flussi di lavoratori pendolari provenienti dalla regione Oromia che contorna Addis Abeba, città autonoma a maggioranza amhara.
Ma andiamo con ordine. I mercati informali non sono regolamentabili per loro natura. Sono sempre affollati e soddisfano una sussistenza economica alla giornata che non può essere riequilibrata nei suoi scompensi dall’oggi al domani. C’è quindi consapevolezza dell’impossibilità di bloccarli: Addis Abeba vive delle merci che importa dalle altre regioni. La dislocazione pare essere dunque l’unica misura applicabile. Così, ad esempio, per il mercato di frutta e verdura più grande della capitale, Atilkit Terà, si è pensato a una ricollocazione in un’area più grande, Gial Meda, dove sarebbe possibile mantenere le distanze di sicurezza. La proposta del lockdown per la capitale è stata invece subito scongiurata dal vicesindaco Takele Uma che, in un’intervista del 5 aprile, ha ribadito l’impegno economico per le misure di prevenzione (600 milioni di birr) e il coinvolgimento di un gran numero di volontari (circa 30mila) in attività di sensibilizzazione e fundraising. Il lockdown è invece un’ipotesi da scartare, almeno per il momento, per le migliaia di lavoratori pendolari impiegati nell’edilizia in questa città-cantiere che si regge sulla manovalanza a basso costo, giovane e marginalizzata.

Speculazione e pugno di ferro

La paura di un’evoluzione drammatica e del lockdown fino ad ora scongiurato ma anche il rischio di acquisti compulsivi dettati dal panico sono fattori che, a livello locale, stanno contribuendo all’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità. E poi c’è anche la speculazione in senso stretto. Un numero telefonico apposito a disposizione dei cittadini è stato attivato per segnalare eventuali irregolarità. Ed è così che alcuni commerciati, avendo aumentato il prezzo del teff, cereale alla base dell’alimentazione, sono poi stati denunciati (e in certi casi è stata imposta la chiusura dell’attività).
Ad Addis Abeba, epicentro della diffusione del virus nel Paese, si concentrano gli sforzi del governo, ma l’obiettivo rimane il contenimento sia nella capitale che nel resto delle altre regioni. Una buona notizia è certamente la donazione della Bill Gates Foundation (200 milioni di birr solo per la città di Addis Abeba: il vicesindaco ha ringraziato calorosamente via Twitter). Intanto la ministra della Salute Lia Tadesse ha fatto sapere che sono in arrivo altri ventilatori polmonari in aggiunta ai 435 precedentemente in dotazione, di cui alcuni non funzionanti, e che sono stati attivati corsi di formazione per avere più personale medico in grado di usarli. Il primo ministro Abiy Ahmed Ali ha poi sottolineato l’importanza di una produzione nazionale di mascherine, per cui molte industrie hanno convertito la loro produzione secondo questa necessità. È il caso dell’Industrial Park ad Hawasa, che sta quintuplicando la loro produzione, da 10mila a 50mila al giorno.

E la polemica sul perché l’Oms tuteli più gli interessi cinesi che la sanità mondiale?

La Cina è stata un’importante alleata di Tedros Adhanom Ghebreyesus nella sua elezione a direttore generale dell’Oms il 23 maggio 2017. Tedros, laureato in biologia, è stato prima ministro della Sanità e poi ministro degli Esteri dell’Etiopia, il paese dell’Africa orientale dove è indirizzata la maggiore quota di investimenti cinesi. Da soli gli investimenti cinesi rappresentano il 60 per cento di tutti gli investimenti esteri diretti (Fda) in Etiopia, che l’anno scorso ammontavano a 2,5 miliardi di dollari.

Alcuni mesi prima dell’elezione Tedros fu invitato a parlare all’Università di Pechino, dove auspicò una più intensa cooperazione fra la Cina e il i paesi del Sud del mondo in materia sanitaria. Il giorno dopo la sua elezione, Tedros confermò ai media statali cinesi che lui e l’Oms avrebbero continuato a praticare il principio “una sola Cina”, che esclude Taiwan da rapporti diretti con l’Oms.

Fonti: Internazionale, Ispi,