In un’America Latina in crescita e sempre più esposta ai mercati internazionali, è necessario riflettere sulla direzione e sull’eventuale sostenibilità di un determinato sistema alimentare e produttivo. Le pressioni economiche delle multinazionali e dei grandi impresari nei paesi in via di sviluppo sono sempre più forti, tanto da riuscire a piegare leggi ed normative ai propri interessi, a scapito del benessere e dello sviluppo collettivo.

CAÑAR 2017

Attualmente, secondo le normative che determinano l’utilizzo dei transgenici in Bolivia, il suo uso è vietato. Così lo proclama la Costituzione, sei leggi, un protocollo internazionale, 2 decreti ed una risoluzione amministrativa. Nonostante ciò, l’anteriore governo di Evo Morales, mediante il Decreto Supremo 3874, inizia un processo per autorizzare l’ingresso della soia transgenica in Bolivia. L’attuale governo interino rettifica questi procedimento e, proprio in questo periodo, pretende approvare, con il Decreto Supremo 4232, l’utilizzo di sementi transgeniche per la produzione di mais, cotone, canna da zucchero, frumento e altre varietà di soia. Questo Decreto, anelato dagli agricoltori estensivi di Santa Cruz, è stato rifiutato duramente da un congiunto di organizzazioni di base. Ma se avvenisse la sua approvazione, la Bolivia si convertirebbe nel secondo paese in Sud America con la maggior varietà di colture transgeniche: 5 varietà, dopo del Brasile che ne possiede 6 e precedendo Argentina, Paraguay e Colombia con 3 varietà e Uruguay con 2. In Sud America Perù, Ecuador e Venezuela sono gli unici paesi che hanno chiuso le porte all’utilizzo ed importazione di sementi transgeniche.

L’Unione Europea afferma che “il processo di creazione di organismi geneticamente modificati è costellato da incertezze, che possono dar luogo a una moltitudine di effetti imprevisti”, di per sé quindi, sul suo utilizzo non ci sono ancora dei risultati verificati.

Quindi perché è così urgente salvare le sementi tradizionali?

I semi sono organismi che detengono il potere della vita. Sono gli organi più complessi che le piante producono e sono in grado di produrre ed offrirci alimenti. Fin dalle epoche più remote nelle più antiche civiltà, i semi erano consideravano sacri e venivano celebrati con feste e rituali alla Pachamama con il fine di propiziare raccolti ricchi ed abbondanti.

Attualmente esistono 300.000 specie di piante commestibili sul nostro pianeta, delle quali solo sette coprono il 75% della nostra dieta. Si stima inoltre che il 75% della biodiversità coltivata sia andata perduta negli ultimi 100 anni. Ciò significa che ogni giorno perdiamo circa 5 varietà. Questi sono gli effetti del nostro sistema alimentare moderno: poche e grandi imprese che controllano quello che mangiamo e di conseguenza quello che produciamo, arrivando perfino ad avere il controllo sulle sementi, le vere responsabili di questo meraviglioso ciclo.

La grande minaccia è la logica di mercato che ha permeato la nostra tavola: la diffusione di sementi ibride o transgeniche promuove una produzione di grande scala, omogenea e pronta per il mercato, promuovendo solo un numero molto ridotto di varietà, minacciando perciò l’incredibile biodiversità che il nostro pianeta possiede. I semi geneticamente modificati, inoltre, non hanno la capacità di riprodursi, caratteristica che rende gli agricoltori dipendenti non solo delle sementi, ma dell’intero pacchetto di insetticidi e fitofarmaci.

Mentre i semi tradizionali venivano conservati come parte del processo di coltivazione, questi nuovi semi hanno bisogno di una propagazione specializzata e non possono durare nel tempo. Oltre a questo, sono brevettati, così la loro genetica è considerata legalmente una proprietà privata. Questo genera dipendenza e apre nuove strade al controllo del nostro cibo a opera delle multinazionali.

“Ciò a cui stiamo assistendo è l’emergere di un totalitarismo alimentare” scrive Vandana Shiva, “in cui una manciata di multinazionali controlla l’intera catena alimentare e distrugge le alternativa, cosicché la gente non abbia accesso a cibi eterogenei e sicuri, prodotti in maniera ecologica”.

Ecco perché in un paese come la Bolivia, che tuttavia salvaguarda le sue forti radici ancestrali, è urgente generare spazi in cui sensibilizzare e recuperare pratiche di conservazione delle sementi tradizionali. I semi tradizionali sono varietà uniche e specifiche di ogni regione che, portando con sé un’elevata diversità genetica, sono estremamente resistenti alle condizioni climatiche dell’area, convertendosi in elementi fondamentali di resilienza ai cambiamenti climatici che tanto minacciano le fasce della popolazione più vulnerabili.

In tutto il mondo stanno emergendo movimenti per preservare, moltiplicare e diffondere ciò che rimane dei semi antichi che sono nostro patrimonio. Il loro recupero, una pratica antica, cuore dell’agricoltura, e cultura a tutti gli effetti, è diventato un atto di resistenza.

Seed packets and seeds. Focus on coriander and sunflower seeds, dill seeds further back.

Le “banche” dei semi assicurano la sicurezza alimentare e la sovranità di un popolo: in caso di catastrofe naturale e perdita del raccolto, conservando i semi è possibile recuperare un raccolto e rigenerare questo ciclo. Le “banche” dei semi non sono solo gli spazi in cui immagazzinare semi, ma generano un’organizzazione sociale e comunitaria di un gruppo di persone che si impegna per la salvaguarda, replicazione e scambio di semi. In America Latina esistono le sementi hanno dato vita a numerose organizzazioni strutturate in rete per aumentare la capacità di generare spazi di incontro, formazioni, campagne di riscatto e scambio di sementi.

Salvare i semi autoctoni significa salvare l’agro-biodiversità, la cultura e l’identità di un popolo o di una comunità, garantendo la loro sovranità e rafforzando l’economia locale, la produzione agro-ecologica e l’alimentazione sana. I semi creano legami tra le comunità e ci chiamano a tornare alle pratiche ancestrali di aiuto reciproco, rispetto per la Madre Terra e conservazione delle nostre tradizioni ed identità. Infine ci invitano a tornare a considerare un alimento, una pianta ed un seme come un essere vivo, e non come un oggetto di mercanzia.

Articolo di Margherita Tezza, cooperante espatriata in Bolivia.