Forse non tutti ancora sapete che quest’anno noi del CeVI ci siamo imbracati in una nuova avventura pretenziosa ma stimolante, quella del Servizio Civile Universale all’ estero!

A giorni partiranno le quattro grintosissime ragazze con destinazione Daloa (Costa D’Avorio), subito seguite dalle tre ragazze e un ragazzo beato tra le donne diretti a Turmalina (Brasile). 

Per incominciare ve ne presentiamo tre!

Federica Del Missier

Sono Federica Del Missier, ho ventiquattro anni e partirò per il servizio civile a Turmalina, in Brasile.

Sono originaria della Carnia ma ho studiato a Padova e in Inghilterra. 

Fin da piccola ho sempre amato viaggiare, imparare le lingue e scoprire nuove realtà; per questo ho fatto il liceo linguistico.
All’ università ho invece scelto un ambito più tecnico, l’economia, che mi incuriosiva e mi sembrava fondamentale per capire il mondo. Non mi sono però fatta mancare l’occasione di andare all’estero. Ho infatti trascorso un anno di Erasmus a Manchester dove alcuni corsi interessanti e un diverso metodo accademico hanno ampliato la mia prospettiva e acuito il mio spirito critico. Dopo la laurea mi sono presa un “anno sabbatico” per riflettere e decidere sul mio futuro. Sono stata tre mesi in Marocco per frequentare un corso di arabo e poi sei mesi in Francia come ragazza alla pari per migliorare il francese. Ho poi deciso di
tornare a Manchester per fare un master in finanza per lo sviluppo, un campo che mi pareva potesse unire le mie competenze economiche con il mio interesse per la cooperazione e le relazioni internazionali e l’attualità politica e la mia passione per i viaggi e le lingue straniere.

Ho scelto di dedicare questo anno al servizio civile perché sentivo il bisogno di applicare concretamente le mie conoscenze in una realtà locale. Nonostante avessi intrapreso i miei studi con l’ambizione di lavorare in grandi organizzazioni internazionali, ho presto realizzato l’importanza di lavorare sul campo e in realtà più piccole, come appunto il CeVI. Il servizio civile mi è parso il modo giusto per muovere i miei primi passi nel mondo della cooperazione sia per l’opportunità formativa sia per i valori che rappresenta.
Questa mia impressione è stata confermata nei giorni di formazione generale a Roma con il Cipsi e specifica a Udine. È stato bello, infatti, incontrare persone con più esperienza che condividono la  mia visione su molte tematiche e i miei principi e scoprire una rete di realtà che si impegnano per perseguire obiettivi con un approccio coerente a questi ideali.

La data di partenza si avvicina e nell’attesa mi dedico allo studio del portoghese per essere pronta a inserirmi al meglio nel luogo in cui trascorrerò i prossimi mesi. Durante la formazione specifica ho avuto modo di conoscere più da vicino il CAV e il suo impegno più che ventennale nella Valle dello Jequitinhonha. Ciò mi ha permesso di fugare molti dubbi e paure sul ruolo che andrò a occupare in un contesto così ben rodato. Sono quindi ancora più convinta della mia scelta e decisa ad affrontare questa esperienza con propositività.

Elena Lauriola

Mi chiamo Elena Lauriola, ho 26 anni e vivo a Roma. Da poco laureata in filosofia, sono una persona curiosa e intuitiva. Amo la lettura di ogni genere, romanzi, saggistica, poesia e teatro; mi piace fare lunghe passeggiate (sono una trottola, non mi fermo mai!) e soprattutto amo viaggiare e conoscere persone, culture e luoghi
nuovi.

In partenza per un anno di servizio civile a Daloa, in Costa d’Avorio, per il progetto del CeVI “Sostegno scolastico per i minori svantaggiati di Daloa (Costa D’avorio)”.

Per me il servizio civile è un anno di impegno, servizio appunto, volontario: mi metto alla prova sia su un piano umano e personale, sia su un piano un po’ più professionale. Durante la formazione generale svolta a Roma presso il CIPSI e quella specifica svolta ad Udine presso il CeVI, i formatori ci hanno sempre ripetuto di non vergognarci delle paure che proviamo perché sono normali e che solo condividendole riusciremo a superarle, di non avere aspettative da questo anno, ma di sfruttarlo al meglio per osservare, comprendere e imparare il più possibile. Di che cosa ho paura quindi? Di non riuscire ad essere me stessa e di non riuscire a lasciare una parte di me lì, un qualcosa che mi spinga a tornare perché sono stata bene, perché mi sono sentita a casa. Le mie aspettative? Beh, sono
l’altra faccia della medaglia delle mie paure! Ma soprattutto, spero che l’esperienza vada oltre le mie aspettative!

La lezione che più mi è rimasta impressa e che voglio fare sempre più mia in quest’anno di servizio è quella offerta dal CeVI, che poi altro non è che il suo modo di cooperare, la sua etica: costruire relazioni. È un aspetto che mi ha molto colpita. L’uomo infatti, come insegna Aristotele, è un animale naturalmente politico, dove per politico si intende sociale, un animale che nasce e vive in comunità, che costruisce naturalmente relazioni perché è relazione lui stesso. Il relazionarsi e
l’Altro sono quindi non solo importanti, ma proprio essenziali all’essere umano (qui apro e chiudo la parentesi filosofica sulla relazione e sull’Altro, purtroppo 5 anni di filosofia non si lasciano mettere da parte facilmente ahah!).

A pochi giorni dalla mia partenza per la Costa d’avorio ho capito quindi che se da una parte mi si chiede di essere semplicemente me stessa senza vergognarmi dei pregiudizi e dei giudizi altrui; dall’altra non devo scordare il fatto che vengo da una specifica comunità e andrò in una altrettanto specifica comunità. I miei pensieri, i miei atteggiamenti e le mie azioni hanno sempre e comunque delle conseguenze. Il servizio civile insegna anche questo dunque: saper vivere bene insieme in una comunità in cui le libertà di tutti vengono garantite e rispettate e allo stesso tempo insegna a renderci consapevoli e responsabili delle nostre azioni. Responsabilità verso se stessi e verso altri, dove altri include l’ambiente, le comunità, il prossimo, una responsabilità sociale quindi.

Cristina Cascarano 

OCCHI CHE BRILLANO DI AFRICA

Cristina è una giovane milanese di 27 anni. Mentre mi racconta che partirà per la Costa d’Avorio con il servizio civile, le brillano gli occhi per l’entusiasmo. La sua intervista mi ha permesso – come suggerisce l’etimologia del termine – di “inter visere”, cioè di vedere attraverso la superficie. Con questo incontro ho quindi scoperto una persona che non nasconde le sue piccole paure, una persona consapevole, una persona con una grande forza e determinata di assumersi le responsabilità che sente in quanto cittadina del mondo. In poche parole, una persona umana.

Cominciamo con una domanda semplice: cosa hai studiato?

In triennale scienze sociali, mentre in magistrale programmazione e gestione delle politiche e dei servizi sociali. Il problema della mia magistrale è che non ha una figura professionale di riferimento e sto cercando di crearmela adesso. Quindi il servizio civile è per me anche un’occasione per continuare a formarmi e capire meglio quali sono i miei punti di forza e di debolezza.

Perché hai scelto di fare il servizio civile?

Per mettermi alla prova e fare un’esperienza di lungo periodo. La mia esperienza più lunga è stato un tirocinio curriculare di sei mesi presso un centro diurno di rifugiati richiedenti asilo, poi ho avuto delle brevi esperienze di volontariato. Vorrei trovare un lavoro nel sociale e credo che il servizio civile mi aiuterà a capire se quello che ho scelto è il percorso giusto per me. Poi, sono innamorata dell’antropologia culturale: è stata quella che mi ha fatto aprire gli occhi, cambiare la mia visione del mondo e scoprire che non esiste un’unica verità né lenti univoche attraverso cui vedere il mondo. Lo scambio interculturale tra idee e visioni diverse sarà sicuramente per me un momento di arricchimento e spero possa essere utile anche per le persone che incontrerò.

Come ti senti all’idea di partire?

Ammetto che un po’ di ansia c’è. Io in realtà sono stata ripescata, ma appena mi hanno preso per la Costa d’Avorio ero euforica. Quando ho iniziato a informarmi sul contesto, ho visto che era un po’ diverso da quello che avevo scelto, ovvero la Cambogia. Conosco poco dell’Africa, quindi ho un po’ di paura, però allo stesso tempo ne sono entusiasta. E poi cerco di partire lasciando a casa le aspettative, preferisco lasciarmi un po’ carta bianca e vedere lì come si svilupperà.

Cosa speri di portare in Costa d’Avorio, un cambiamento?

Il fatto che non abbia già avuto un’esperienza di lungo periodo da una parte lo vedo come un punto di debolezza perché significa non avere certe competenze professionali; d’altra parte, mi dà il vantaggio di pensare fuori dagli schemi. Spero che il mio sguardo esterno possa essere utile.

Cosa farai sul campo?

Il progetto è rivolto alla scolarizzazione dei minori. Per il momento, non sappiamo esattamente di cosa ci occuperemo. So che il problema principale in loco è che i bambini devono essere iscritti all’anagrafe per poter frequentare la scuola, cosa che però presenta un costo e disincentiva le famiglie; quindi uno degli obiettivi primari sarà incentivare le famiglie a iscrivere i propri figli all’anagrafe. In secondo luogo, mi è stato proposto di collaborare alla scrittura di un progetto sui minori detenuti vista la mia previa esperienza con una ONG in Brasile che si occupa della riabilitazione dei detenuti. Non nego di essere un po’ preoccupata perché il sistema carcerario della Costa d’Avorio è un contesto complicato, dove i diritti umani non sono rispettati e quindi potrei avere bisogno di un supporto. Allo stesso tempo, sono mansioni stimolanti per me. Osservare il sistema carcerario sia in Italia che in Brasile è stato molto interessante, mi ha dato molti spunti di riflessione e mi ha fatto rendere conto di quanto non abbiamo tutti gli stessi strumenti alla nascita. Pensiamo di essere liberi, di essere un libro bianco e poter scrivere la nostra storia, ma in realtà non è così. Poi mi sono anche resa conto di quanto sia importante agevolare uno scambio con la società civile una volta terminata la pena e favorire il reinserimento. In Costa d’Avorio questo è complicato perché le famiglie non accettano gli ex detenuti. Quindi l’idea di poter partecipare alla scrittura di un progetto del genere mi interessa tantissimo.

Andando in Costa d’Avorio cambierai completamente il tuo contesto e la tua prospettiva di vita. Come pensi che reagirai inizialmente? E come pensi reagirai una volta rientrata in Italia tra un anno?

Mi reputo una persona che si sa adattare. Ho viaggiato molto, soprattutto nel Sud-Est asiatico, in contesti completamente diversi dal nostro. Le difficoltà legate allo stile di vita come può essere la mancanza di acqua corrente per qualche giorno o quella di internet non mi spaventa. Mi preoccupano però due cose: lo shock culturale che potrei provare all’inizio e il fatto di vedere realtà che mi facciano sentire talmente male da avere bisogno di un supporto. D’altra parte, non vedo alcun problema nel chiedere aiuto: abbiamo la psicologa, le compagne di viaggio, dunque non siamo soli. Più che altro, secondo me, potrà essere più difficile il ritorno: penso che se mi troverò bene e riuscirò a trovare una mia dimensione lì, sarà difficilissimo rientrare. Sto cercando di partire con la mente più tranquilla possibile e di lasciare a casa le mie aspettative. Poi, per esempio, non conosco il francese, ma mi sono sempre lanciata, anche sbagliando tutto, quindi confido che andrà bene.

Tu che visione hai del mondo?

Credo che siamo sempre più divisi, alienati ed egoisti. C’è poco senso comunitario, manca una sorta di giustizia sociale. Credo tanto nella redistribuzione delle risorse. Noi, mondo occidentale, abbiamo depredato per secoli, quindi sarebbe necessaria restituire ciò che abbiamo preso e ciò che ci ha reso così grandi oggi. Questo è un altro dei motivi per cui ho scelto di fare il servizio civile fuori dall’Italia, per un avere confronto con culture diverse e sentirmi parte di una comunità. A livello economico, credo che siamo focalizzati sulla massimizzazione del profitto, dimenticandoci dell’aspetto umano.

E cosa cambieresti di questo mondo?

Mi piacerebbe che ci fosse più collaborazione tra Stati, maggior condivisione delle problematiche, maggior spirito di solidarietà. Paradossalmente, oggi siamo sempre più alienati nonostante non siamo mai stati così interconnessi a livello globale. Mi piacerebbe quindi che non ci fosse solo un’interazione di tipo economico, ma anche una maggiore responsabilità reciproca. Poi mi piacerebbe che la società civile riuscisse maggiormente a far sentire la propria voce. Già adesso con i movimenti di protesta che si stanno organizzando, come il Friday for future, qualcosa inizia a farsi sentire e mi auguro che si continui su questa strada.

Ti definiresti una cittadina responsabile?

Questo mondo lo stiamo lasciando a chi verrà, quindi credo sia importante fare qualcosa qui e oggi. Nel mio piccolo, cerco di fare il possibile, di assumermi le mie responsabilità: fare la differenziata, per esempio, e cercare di persuadere chi mi sta intorno a riconoscere le proprie responsabilità e a cambiare i propri comportamenti. Mentre quando ero piccola non lo facevo, ora quando si tratta di difendere un valore in cui credo mi metto molto in gioco. Cerco di trasmettere quello in cui credo, di educare, nel senso di spiegare e trasmettere un altro punto di vista.