Microbes, “microbi”. Questo il termine con il quale vengono indicati i minori in Costa d’Avorio che delinquono nelle principali città del Paese. Si tratta di giovani, per la maggior parte minorenni, che compiono reati che vanno dal furto allo spaccio di sostanze stupefacenti, fino ad aggressioni e omicidi. Per comprendere questo fenomeno ed elaborare strategie e azioni che mirino a riallacciare i legami tra il minore deviante e il suo tessuto sociale di riferimento è necessario interrogarsi su quali siano le cause che l’hanno prodotto. Come nascono, allora, les enfants de la rue?

I microbes e, più in generale, i bambini di strada sono una delle innumerevoli conseguenze della recente storia della Costa d’Avorio, caratterizzata da un processo di decolonizzazione che ha esacerbato le disuguaglianze sociali privilegiando le élites neo-coloniali, e dai i conflitti armati post-elettorali del 2001 e del 2011 che hanno contribuito alla rottura dei tradizionali legami comunitari.

Prima dell’esperienza coloniale, la società ivoriana era essenzialmente rurale e caratterizzata da un’organizzazione comunitaria dei villaggi, dove l’unione e la solidarietà meccanica1 erano fondamentali al fine del mantenimento delle strutture sociali. In particolare, la famiglia estesa2 aveva un ruolo preponderante nel processo di socializzazione degli individui poiché trasmetteva loro norme, valori e modelli comportamentali del gruppo di appartenenza. La famiglia estesa era quindi il luogo privilegiato dell’educazione dei bambini in cui imparavano ad essere innanzitutto membri di un gruppo prima di essere individui.

Nei contesti urbani, la famiglia ivoriana ha gradualmente mutato la sua struttura da “allargata” a una forma “moderna”, di tipo nucleare, così come nel mondo occidentale. Questo processo è stato formalizzato con le leggi del 1964, le quali hanno modificato l’istituto del matrimonio sopprimendo la poligamia, incoraggiando la libera scelta del partner e minando, di fatto, l’esistenza stessa dei nuclei familiari estesi.

Le relazioni umane tra individui e gruppi si sono quindi profondamente impoverite e questo si è tradotto in una disorganizzazione della famiglia tradizionale, che oggi non ricopre più quel ruolo di socializzazione che prima possedeva. Complici un sistema scolastico inefficace che privilegia le élites e uno sviluppo urbano divenuto motivo di esclusione sociale, si è configurato un ambiente disorganizzato e disordinato dove i bambini diventano le prime vittime.

L’avvento della famiglia nucleare, simbolo di modernità, è avvenuto principalmente nei grandi centri urbani, dove si è verificata una massiccia affluenza dalle aree rurali di persone in cerca di un salario sicuro. Ad Abidjan questo si è tradotto in un sovrappopolamento dei quartieri più periferici, dove sono confluiti immigrati di etnie diverse, e in un importante sviluppo del settore informale. In un contesto dove genitori lavorano alla stregua di schiavi e i restanti membri della famiglia sono spesso assenti o rimasti ai villaggi, ne consegue che i bambini rimangano spesso abbandonati a loro stessi e trovino nella strada il loro unico luogo di socializzazione.

Le istituzioni statali, la scuola in primis, non sono state in grado di sostituirsi ai tradizionali modelli di socializzazione e la società moderna è quindi diventata causa di desocializzazione, portando alla perdita dei valori e della coscienza collettiva e valorizzando, invece, l’individualismo. È in questo universo, sociologico e antropologico, che nasce la maggioranza de les enfants de la rue.

Abobo, un comune dal terreno fertile per una cultura della violenza

Abobo è un comune a nord di Abidjan conosciuto per gli episodi di violenza a opera dei cosiddetti “microbes”, giovani tra gli 8 e i 25 anni che delinquono e la cui presenza è stimata tra 6.000 e 8.000 nel solo quartiere.

Analizzando la storia Abobo, “città dormitorio” a cielo aperto, emerge come l’assenza di politiche pubbliche che assicurino uno sviluppo urbano capace di migliorare le condizioni di vita dei suoi abitanti sia la causa principale del fenomeno dei microbes. Sovrappopolazione dei locali abitativi, debolezza dell’istituzione scolastica, disoccupazione e opportunità economiche limitate sono tutti fattori determinanti la presenza dei bambini nelle strade. La mancanza di qualifiche e di capitale spinge infatti molti giovani a orientarsi verso attività illegali e, così, Abobo è divenuto luogo di un’economia della violenza organizzata sul traffico illegale, i cui leader trovano nei giovani facili reclute da addestrare.

Questa socializzazione violenta avviene perché la famiglia, la scuola e la comunità in cui i ragazzi crescono sono incapaci di trasmettere loro codici, valori e mezzi necessari alla loro realizzazione. A differenza dello spazio rurale, dove l’educazione dei bambini era affidata a tutta la comunità, nell’ambiente urbano non è possibile riprodurre le realtà tradizionali da cui proviene la maggior parte degli abobolesi. All’educazione parentale in crisi si sono quindi sostituite nuove forme di socializzazione che conducono i giovani verso la devianza. Anche la scuola è incapace di contribuire alla creazione di modelli pacifici e ad Abobo è divenuta anzi luogo di riproduzione dei conflitti che si verificano nei quartieri.

Per molti microbes, l’iniziazione alla violenza sembra quindi rispondere al bisogno di ricomporre la propria identità in assenza dei tradizionali modelli di socializzazione di riferimento. Nella strada, gli adolescenti si integrano in un gruppo, un «gbonhi», che permette loro di costruirsi socialmente secondo un processo che presuppone il riconoscimento di codici e l’accettazione di una struttura gerarchica rigorosa. La costruzione dell’identità e la valorizzazione del attraverso il gruppo sono dunque elementi fondamentali per la comprensione del fenomeno e rivelano come la devianza di questi giovani sia una risposta adattiva alla loro marginalità sociale.

Di fronte alle violenze dei microbes, la società ha risposto in maniera repressiva, con una conseguente riproduzione del ciclo di violenza. La carenza dei risultati delle soluzioni proposte è in larga parte dovuta a una comprensione lacunosa delle radici del fenomeno. L’etichettamento e la disumanizzazione di questi giovani messa in atto dai media alimentano poi il radicamento della loro identità deviante e, di conseguenza, la loro marginalità sociale. In parallelo, i genitori sono spesso inconsapevoli, o addirittura negano, che loro figlio sia un microbe e, in molti casi, ostacolano le iniziative statali e non governative intraprese per contrastare il fenomeno.
Come sottolinea la Ong Interpeace, una risposta globale e integrata è l’unica soluzione che possa produrre un vero cambiamento. È necessario umanizzare lo sguardo sui microbes e combattere la stigmatizzazione cui sono vittime. Ogni attore (famiglia, comunità, leader gbonhi, poteri pubblici e media) deve essere coinvolto per incoraggiare i giovani abobolesi a generare nuove opportunità per trasformare le sfide infrastrutturali ed economiche in opportunità di innovazione. Bisogna agevolare gli investimenti per favorire l’emergere di modelli pacifici e la scuola deve divenire motore di successo ed essere in grado di gestire la violenza. Infine, occorre stabilire un quadro giuridico chiaro per disciplinare l’uso delle armi e della forza contro i giovani da parte delle forze dell’ordine e incoraggiare le iniziative di protezione comunitaria non violente, nel rispetto dei diritti del bambino e dell’uomo.

Articolo di Cristina Cascarano, Servizio civilista del CeVI in Costa D’Avorio.