Il secondo lungometraggio del regista ivoriano Philippe Lacote, dopo Run, è ambientato all’interno di una prigione di Abidjan.
In La notte dei re (La nuit des Rois), un giovane gettato nella famigerata prigione di La Maca in Costa d’Avorio è costretto a inventare una storia che dura fino all’alba o affrontare le conseguenze come una sorta di moderna Scheherazade. Questo affascinante ibrido di un film mescola elementi fiabeschi e narrativi con uno sfondo vividamente disegnato di realismo elevato – nessuno scambierebbe questa prigione per un resort di lusso – e si basa su immagini e suoni tanto quanto la voce umana per raccontare le sue molteplici storie.

Guarda il documentario al link: https://vimeo.com/490354395

Scopri il nostro progetto BIEN VIVRE CHEZ SOI: un avenir pour les jeunes et les familles ivoiriennes, finanziato dal Ministero dell’Interno (DIPARTIMENTO PER LE LIBERTÀ CIVILI E L’IMMIGRAZIONE) che ha l’obiettivo di contrastare la migrazione clandestina dalla Costa d’Avorio attraverso percorsi formativi professionalizzanti per l’aumento delle possibilità di impiego e lo sviluppo socio economico, miglioramento dei servizi pubblici ed educativi a favore di minori, parallele campagne di sensibilizzazione sul rischio migratorio.

Link: http://www.cevi.coop/bien-vivre-chez-soi/

Uno degli assi del progetto è il supporto al reinserimento sociale ed educativo di minori in carcere.

A partire dal 2018, grazie ad un finanziamento della Regione Autonoma FVG il CeVI assieme ad altre ONG regionali ha avviato uno studio di fattibilità per approfondire il tema dei minori in conflitto con la legge. Lo studio di fattibilità è stato condotto da un esperto in materia di riconciliazione carceraria, il dottor Antongiulio Gigante e dal dott. Jean Claude N’Guja, criminologo dell’università di Daloa. La missione dell’esperto italiano si è tenuta nei mesi di settembre ed ottobre 2019 ed ha toccato i settori minorili delle carceri di Daloa e Bouaké, dove sono stati incontrati circa 150 di minori incarcerati. 

A Daloa si è appurato e verificato uno stato di vita assolutamente drammatico di questi minori:

Per citare alcuni dati: 

  • solo il 10% i minori che sono stati condannati ed hanno una data di uscita, il 90% è in attesa di processo a tempo indeterminato. Questo perché la maggior parte dei ragazzi sono incapaci di dare al giudice dei minori il nome di un parente di riferimento quindi vengono messi in prigione in attesa che qualcuno venga a reclamare la loro scomparsa. Molto spesso i minori tuttavia non indicano nessun parente o conoscente che venga a reclamarne la scomparsa a causa del meccanismo socio-culturale della vergogna, secondo il quale una volta entrati in carcere, la famiglia di origine abbandona letteralmente il minore, sicchè anche una volta scontata la pena o magari assolti, i minori non hanno più un luogo dove andare, nè modo per potersi reinserire a livello sociale o completare gli studi. Ciò li spinge quasi automaticamente alla prosecuzione o all’avvio di una condotta criminosa o alla migrazione illegale;
  • la maggior parte è detenuto da meno di 6 mesi, ha un’età stimata intorno ai 14-15anni ed è la sua prima incarcerazione. Risulta molto difficile valutare l’età dei minori in un paese dove la registrazione anagrafica avviene solo in pochi casi e solitamente nelle città principali;
  • solo il 31% dei maschi non sono scolarizzati. Diverso il caso delle femmine, le quali, su 2 che abbiamo intervistato entrambe erano analfabete;
  • i crimini più ricorrenti sono il furto e lo stupro. Quest’ultimo però è un’accusa spesso strumentalizzata dai genitori delle ragazze che non approvano le frequentazioni delle loro figlie.

Le condizioni di detenzione inoltre sono pessime: a Daloa i minori sono detenuti in un “quartiere speciale” diviso dagli adulti e al momento delle nostre visite erano 47 e dormono in due camerate con delle stuoie a terra, il tetto perde ed hanno a disposizione solo una piccola corte in cui camminare un po’ per fare esercizio; il sistema fognario è letteralmente esploso in quanto la struttura potrebbe accogliere circa 800 persone e al momento della nostra visita ce n’erano più di 1.100; i bagni (uno per stanza) sono sopraelevati rispetto al pavimento della stanza ed essendo intasati colano sulle stuoie dei ragazzi mentre dormono. Le ragazze (7% dei detenuti minori) sono detenute assieme alle adulte e, se hanno dei neonati al seguito, quest’ultimi vivono con le loro mamme in carcere. Oltre ad abitare in queste condizioni disumane, per i detenuti/e non è prevista alcune attività ricreativa/formativa e la permanenza in carcere si trasforma in una snervante attesa di notizie rispetto alla data del processo e/o della liberazione.

Se consideriamo tutti questi elementi urge iniziare un processo di cambiamento per far si che i diritti dei minori e l’obiettivo rieducativo della pena siano rispettati all’interno delle strutture carcerarie, altrimenti il periodo di detenzione avrà il solo risultato di peggiorare i fenomeni di marginalità sociale ed aumentare il rischio di recidiva.

La mancata educazione e scolarizzazione dei minori in Costa d’Avorio e la maggiore incidenza che questo genera al fenomeno dei microbes, è un problema che vede protagonisti attivi non già i bambini (piuttosto vittime di questo) ma gli adulti. In base alle analisi fin qui condotte, la base del problema risiede nella devastazione umana, sociale ed educativa causata dalla guerra civile del 2002 e dalla crisi post elettorale del 2011. Tali eventi hanno ridotto ai minimi termini le basi sociali ed educative anzitutto delle famiglie e a partire da lì, della scuola e dell’intera società. Per tale motivo, il progetto arriva ai minori, ma deve necessariamente partire a livello metodologico, dagli adulti. Le azioni iniziano con una verifica delle condizioni sociali, educative e comunitarie dei beneficiari diretti ed indiretti. Gli incontri in carcere, nelle famiglie e nelle scuole forniscono una mappatura esatta del tessuto educativo e sociale nel quale vengono poste le attività e un aggiornamento della situazione fotografata negli studi di fattibilità svolti. Le visite mirano anche a creare e/o rafforzare un’alleanza educativa che tenga insieme anzitutto i minori, le famiglie, le parrocchie, le scuole, le autorità sociali preposte al reintegro e al recupero. I beneficiari di progetto provengono da situazioni di disagio parentale: famiglie mono genitoriali per causa di decesso, immigrazione o abbandono; minori abbandonati alla nascita o dopo, affidati agli zii o ai nonni. In altri casi le famiglie sono composte da numerosi membri (anche quelle in cui entrambi i genitori sono presenti)e sono monoreddito oppure entrambi i genitori gestiscono delle attività ‘informali’ dove i ricavi sono sufficienti solo ad assicurare il minimo della sussistenza ma non resta nulla o quasi nulla per sostenere i costi dell’educazione e della scolarizzazione. Essenziale è pertanto il monitoraggio del contesto pre attività per creare un ambiente in cui il progetto prenda radici.

Una volta assicurato un entroterra sociale quantomeno non sfavorevole alle attività educative, il progetto organizza le attività dirette con i minori. Ciò si traduce nelle attività volte all’inserimento scolastico per gli uni e nelle attività di reinserimento sociale ed educativo per i minori in carcere. Queste azioni rappresentano il cuore del progetto. esse tuttavia non possono esaurirsi in meri inserimenti nel sistema scolastico ivoriano o nell’organizzazione di alcuni momenti didattici ed educativi per dei minori in carcere. Le azioni di inserimento e reinserimento operano un effetto di empowerment sui beneficiari, per metterli in condizione di diventare protagonisti della propria vita e non per lasciarsi vivere, abbracciando la via della migrazione o della criminalità. Ciò è possibile offrendo ai minori inseriti a scuola un supporto educativo continuo da parte dello staff e della comunità educante coinvolta (da qui la necessità di un servizio di ascolto e supporto costante). Per i minori in carcere ciò è possibile solo ed esclusivamente se gli strumenti educativi ricevuti possono essere messi in pratica in famiglia e nella società. Per questo il progetto prevede a favore dei minori in carcere dei percorsi di reinserimento nelle famiglie ed in società per mezzo del supporto alla creazione o rafforzamento di piccole attività artigianali o professionali. Si tratta di attività essenziali che permettono di dare sostenibilità e prosecuzione alle azioni educative e di alfabetizzazione operate già durante la detenzione facendo sì che i minori, una volta scarcerati, siano messi in condizioni di poter rientrare nelle famiglie di origine, sia di poter poter svolgere una vita nella legalità, imparando un mestiere e avendo a loro disposizione delle competenze di alfabetizzazione e professionali di base per fare un lavoro anche informale.

 Per tutte le ragione spiegate sopra, vogliamo agire nei due domini di intervento (scolarizzazione e reinserimento di ex-detenuti) sviluppando le seguenti azioni:

promuovere la scolarizzazione dei minori attraverso il sostegno scolastico a distanza dei minori in difficoltà a Daloa, garantendo loro le prospettive di continuità scolastica ed educativa;

migliorare le condizioni di vita dei minori detenuti presso la Maison d’Arrêt et de Correction de Daloa attraverso un’azione combinata che unisca alfabetizzazione di base ,la mediazione  e riconciliazione familiare e attività educative e formative per permettere loro di apprendere delle competenze pratiche, rendersi autonomi ovvero rafforzando le loro capacità individuali per reinserirsi con facilità nella comunità locale e diminuire la probabilità di recidiva;