La #CooperazioneItaliana gode di una ottima tradizione lavorando nell’altopiano boliviano, zona rurale e dal clima impervio.

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UNA TESTIMONIANZA DEL PROTAGONISMO DELLE DONNE RURALI PER L’AFFERMAZIONE DELLA SOVRANITÀ ALIMENTARE IN BOLIVIA.
DI MARGHERITA TEZZA – ONG CEVI
E ALFREDO EGUINO – ASSISTENTE TECNICO AICS LA PAZ

Nell’Altopiano boliviano, nel Dipartimento di Cochabamba, si trova Calientes, paesino in cui la Cordigliera andina si impone con i suoi meravigliosi paesaggi e le sue estreme condizioni di vita. Questa comunità fa parte di una delle venti nelle quali interviene il progetto “PACHAMAMA. Protagonismo delle donne rurali per l’affermazione della sovranità alimentare in Bolivia” finanziato dall´Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo. Nella comunità di Calientes la produzione è limitata alla coltivazione di patate e all’allevamento di alpaca dal quale si ricavano carne e lana. Fra i beneficiari c’è Doña Bertha che ha 33 anni e un sorriso pacifico che trasmette calore, così come tutte le coperte di lana di alpaca che indossa e che lei stessa tesse pazientemente. Ma non bisogna lasciarsi ingannare, dietro i suoi modi dolci e la sua accoglienza materna nasconde comunque un carattere da donna decisa e forte abituata alla durezza della vita dell’altopiano. Bertha si sveglia tutte le mattine presto per portare al pascolo i suoi 100 alpaca; durante il lungo cammino, ha tempo per filare e tessere sciarpe e maglioni. “Qui è dove viviamo, ai piedi della montagna, con le nostre lagune e i nostri fiumi” racconta Doña Bertha.

“La nostra casa è circondata dagli animali. Oltre alle pecore, ai lama e agli alpaca, abbiamo anche un cane che si preoccupa giorno e notte che i cuccioli del gregge non vengano attaccati dal condor o dalla volpe.
Noi donne ci occupiamo di portare il gregge al pascolo; partiamo la mattina presto e camminiamo fino al bofedal (un’area umida dove l’acqua filtra dal sottosuolo), dove restiamo fino al pomeriggio. Mentre pascoliamo,
produciamo dell´artigianato con la lana di alpaca. Qui, siamo libere di portare i nostri animali perché il terreno è comunitario. Più lontano, invece, si trovano i terreni dove coltiviamo le patate. Sono gli uomini che si dedicano a zappare la terra, il processo, però, è condiviso. Prima gli uomini preparano il terreno, poi noi donne seminiamo e in ultimo è la pioggia a fare il suo corso; cerchiamo di controllarla con dei canali che la guidano in modo che non si accumuli.
Quello che mangiamo sono le patate e il chuño (una particolare tipologia di patata che dopo un processo di disidratazione può essere conservata per molto tempo), la carne di alpaca e alcune verdure che compriamo quando scendiamo in città. Per cucinare usiamo l’acqua proveniente da un torrente che viene raccolta in una cisterna. Il problema maggiore per gli animali è la stagione secca, quando si seccano i fiumi e i bofedales. In epoca di pioggia l’acqua si trova ovunque. Da luglio a ottobre, invece, le uniche riserve d’acqua sono le lagune che però sono piuttosto lontane, a circa due ore di cammino. In questi casi non ci resta altro che portare il gregge fino a laggiù con il problema che molti animali, già debilitati e magri, non riescono a sopportare tale sforzo e
muoiono nel cammino.” Doña Bertha e il marito hanno quattro figli, ma soltanto uno vive ancora nella comunità. Gli altri tre, racconta, vivono in città dove hanno trovato un lavoro. Nella comunità la vita è più difficile. La vendita di patate non basta nemmeno per coprire i costi di produzione e la fibra di alpaca, ad oggi, si compra a minor prezzo nel vicino Perù. La Cooperazione italiana gode di una ottima tradizione lavorando nell’altopiano boliviano, zona rurale e dal clima impervio, tradizionalmente caratterizzata dalla povertà estrema e dalle dure condizioni di vita. La prospettiva del progetto ha risvegliato la speranza di un futuro migliore in tutta la comunità e Doña Bertha spera infatti di poter migliorare il proprio reddito familiare e un domani, chissà, poter visitare i propri figli in città.