L’effetto della pandemia sui listini internazionali di beni essenziali

Secondo la Banca Mondiale l’emergenza Covid getterà fino a 114 milioni di persone nella povertà estrema

La pandemia si è abbattuta come uno tsunami sui prezzi delle materie prime, riflettendo il crollo della domanda e l’incertezza provocata dal decorso del coronavirus. Le quotazioni del petrolio sono arrivate a crollare in territorio negativo sui mercati finanziari nei primi giorni del lockdown, mentre l’oro ha preso la direzione opposta, aggiornando quest’anno ripetutamente i massimi storici. Ma il metallo giallo, bene rifugio per eccellenza, non è stata l’unica commodity a spiccare il volo. Anche i prezzi delle materie prime agricole hanno preso a correre, spingendo la Fao e la Banca Mondiale a lanciare un nuovo allarme sulla sicurezza alimentare. E ricordandoci come il cibo (assieme all’acqua, naturalmente) sia un bene altrettanto prezioso per il mondo, e in particolare per chi lotta ogni giorno per mettere qualcosa sotto i denti.

In ottobre l’indice dei prezzi delle materie prime alimentari, calcolato dalla Fao, è cresciuto per il quinto mese consecutivo, riportandosi quasi simbolicamente sui livelli di gennaio, ossia pre-Covid (l’Oms ha dichiarato la pandemia l’11 marzo 2020). Il Fao Food Price Index si è portato il mese scorso a 100,9 punti, con un aumento di 3 punti (+3,1%) da settembre e di 5,7 punti (+6%) rispetto allo stesso periodo di un anno fa. Il rincaro avviene in controtendenza rispetto alle altre commodities, che scontano il calo della domanda. In questo caso però è soprattutto l’offerta a diminuire. Del resto anche in Italia i prezzi del cosiddetto carrello della spesa continuano a salire in controtendenza con il paniere generale. A ottobre l’inflazione è scesa dello 0,3% mentre il carrello della spesa è salito del +1,2% dopo un +1% a settembre. La tendenza a livello mondiale si spiega con una combinazione di fattori, fra cui spicca l’emergenza coronavirus che ha interrotto o rallentato le catene di approvvigionamento, secondo la Banca Mondiale.


Il calo dell’offerta dovuto anche al virus ha spinto ai massimi l’indice dei cereali e di altri alimentari. In Africa, Asia e America Latina i maggiori problemi


Proprio l’ente con sede a Washington ha stimato in un altro report che la crisi sanitaria getterà fino a 114 milioni di persone nella povertà estrema, costringendole a sopravvivere con un reddito di meno di 2 dollari al giorno e 700 dollari all’anno. La Fao punta il dito anche contro il recente indebolimento del dollaro (che favorisce acquisti speculativi sui mercati globali, facendo salire i prezzi). Inoltre si sono fatti sentire anche quest’anno gli effetti dei cambiamenti climatici: in Cina, dove i prezzi degli alimentari sono balzati dell’11,2% lo scorso agosto, la stagione estiva è stata ca- ratterizzata dall’alternarsi di caldo intenso e piogge, rovinando i raccolti. «La pandemia mette a nudo le contraddizioni delle regole di mercato che governano lo scambio di beni essenziali alla vita, che contribuiscono a garantire il diritto al cibo delle popolazioni», commenta Marco Iob, project manager Cevi, il Centro di Volontariato Internazionale. «Considerare il riso, il frumento e altri alimenti delle commodities ed esporle così all’intervento della finanza speculativa con prodotti quali i futures o i derivati, è parte del problema e non della soluzione».

Il recente aumento dei prezzi secondo i dati della Fao è stato trainato da cereali e oli vegetali. L’indice dei prezzi dei cereali, alimento principale per miliardi di persone nel mondo, è balzato in ottobre del 16,5% su base annua e cresce da quattro mesi di fila. A tirare la volata, spiega la stessa organizzazione che fa capo all’Onu, sono stati i prezzi del grano, in un contesto di insufficienti disponibilità per l’esportazione, deterioramento delle condizioni in Argentina e protratta siccità, con conseguenti ripercussioni negative sulle semine invernali di frumento in Europa, America settentrionale e nella regione del Mar Nero. Il segno positivo è stato registrato anche per i prezzi del mais, dell’orzo da foraggio e del sorgo, mentre i prezzi del riso sono andati diminuendo. L’indice dei prodotti lattierocaseari è cresciuto di oltre il 2%, un rialzo che ha interessato in particolare il formaggio, seguito dal latte scremato in polvere, dal latte intero in polvere e dal burro. I rincari di ottobre, viene spiegato, riflettono la stretta dei mercati sulle consegne a breve termine. I prezzi dello zucchero sono balzati di oltre il 7%, mentre la carne (-0,5%) scende da nove mesi consecutivi, anche se quella ovina ha cominciato a risentire di forniture a singhiozzo.


A incidere sulle variazioni dei mercati, oltre alla crisi sanitaria, un ruolo lo hanno avuto il clima e l’indebolimento del dollaro. Ma decisivo resta il peso della finanza, che esclude dai guadagni i piccoli agricoltori


Quanto agli oli vegetali, il relativo indice Fao di ottobre ha fatto registrare il valore più alto degli ultimi nove mesi, sotto la spinta degli oli di palma e di soia. «Noi operiamo da decenni con le comunità rurali dell’America Latina e dell’Africa per trovare insieme le modalità più efficaci e durature per garantire a tutti la sicurezza e la sovranità alimentare. La nostra esperienza ci dimostra che il rafforzamento dell’agricoltura familiare è la strada maestra per garantire a tutti, e soprattutto alle popolazioni più povere, una produzione costante di alimenti di buona qualità e di poter anche approvvigionare i mercati locali», prosegue Iob, che per il CeVI coordina le campagne per il diritto all’acqua e per la sovranità alimentare. «Sappiamo (da dati Fao) che l’agricoltura familiare detiene di circa il 70% di tutte le risorse agricole a livello globale e che il 70% delle persone che soffrono di malnutrizione e di fame sono concentrate nelle aree agricole; programmi di sostegno e investimento di risorse, di competenze, di tecnologie appropriate, di ricerca rivolti all’agricoltura familiare sarebbero dunque la chiave risolutiva dei problemi della denutrizione, della fame e della resilienza al cambiamento climatico».

In prospettiva, secondo la Banca Mondiale, la sicurezza alimentare potrebbe comunque essere messa a repentaglio anche dalla perdita di redditi e inferiori rimesse ai Paesi meno sviluppati. Un trend che si è già visto nei mesi scorsi in Indonesia e alcuni paesi africani. «Oggi purtroppo – commenta l’esperto del Cevi – vediamo molte famiglie di agricoltori dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina, abbandonate a sé stesse di fronte a problemi enormi come la pandemia o i cambiamenti climatici che causano incertezza nel futuro, diminuzione del loro reddito e abbandono delle campagne a fronte di un modello di agricoltura industriale, molto spesso sovvenzionata, che consuma risorse energetiche e inquina il pianeta con i fitofarmaci e le emissioni di CO2.

Oggi serve invertire la rotta mettendo in atto programmi globali e investimenti a sostegno di modelli di produzione agricola su piccola scala dove gli agricoltori sono i protagonisti del cambiamento e non strumenti guidati dalle multinazionali del cibo, delle sementi e della chimica. Infine una regola che andrebbe prevista fin da subito è quella di tenere fuori dalla finanza speculativa il cibo».

Articolo pubblicato sull’Avvenire il 25.11.2020