Il progetto “Same World – Sustainability Awareness Mobilization Environment in the global Education for the EYD 2015” vede la partecipaione di 12 organizzazioni da 9 paesi europei coordinate dal capofila CIES Onlus di Roma.

Il CeVI si occupa già dal 2012 della questione, sempre più attuale, delle migrazioni ambientali, che ha portato nelle scuole della Regione grazie ad un percorso didattico elaborato con Legambiente nell’ambito del progetto “Profughi Ambientali: cambiamento climatico, acqua e migrazioni forzate”, realizzato con il sostegno della Tavola Valdese.
Il lavoro su questa tematica prosegue da gennaio 2015 con una nuova, ambiziosa iniziativa di Educazione alla Cittadinanza Globale: il progetto “SAME World – Sustainability Awareness Mobilization Environment in the Global Education for the EYD 2015”, finanziato dal bando su Educazione e Sensibilizzazione del programma europeo EUROPEAID.
Il progetto vede la partecipazione di 12 organizzazioni da 9 paesi europei (Italia, Germania, Slovenia, Spagna, Ungheria, Grecia, Estonia, Bulgaria, Portogallo e Slovacchia), coordinate dal capofila CIES Onlus di Roma.

Obiettivo dell’iniziativa, che proseguirà fino al 2018, è quello di sensibilizzare i cittadini europei alla comprensione critica sui temi della giustizia ambientale, del cambiamento climatico e della migrazione ambientale. Il progetto vuole inoltre promuovere pratiche di cittadinanza attiva in una prospettiva globale, coinvolgendo insegnanti e studenti in attività di mobilitazione a favore di stili di vita sostenibili.

Tante le attività previste: dall’elaborazione di un kit didattico che verrà messo a disposizione sulla piattaforma on-line del progetto, a percorsi didattici nelle scuole; da corsi di approfondimento rivolti ad insegnanti e genitori, ad un concorso per le classi sulle buone pratiche di educazione ambientale adottate nelle scuole. Il CeVI coordinerà l’elaborazione di un gioco di ruolo on-line, per sensibilizzare sull’importanza delle scelte individuali per garantire eque condizioni di vita e tutelare l’ecosistema. Ogni anno, un seminario ed una tavola rotonda internazionali (tenutisi nel 2015 a Milano, dal 20 al 22 Ottobre) permetteranno di favorire la riflessione e il dibattuto sulle tematiche del progetto ed elaborare proposte sull’inclusione delle stesse nei curricula scolastici europei, coinvolgendo insegnanti e rappresentanti delle istituzioni scolastiche.
SAME World si presenta quindi come una stimolante sfida per il CeVI, per contribuire a diffondere – a partire dai più giovani – la consapevolezza che questioni come l’equità sociale e la tutela dell’ambiente sono necessariamente interconnesse e che un reale cambiamento deve partire da noi.

Lancio Kit didattico on-line

Da febbraio 2016 è finalmente accessibile on-line il kit didattico, risultato del primo anno di lavoro del progetto SAME World, disponibile in ben 11 lingue.

Il kit si rivolge principalmente agli insegnanti, dalla scuola primaria alla secondaria di secondo grado, ma anche ad educatori e genitori, che vogliano approfondire i temi del progetto. Quello dei rifugiati ambientali è infatti un tema nuovo, che influisce su diverse dimensioni del nostro sistema: sociale, ambientale, economica, politica e altre ancora. Si tratta di un puzzle complesso, che richiede un approccio ragionato alle sue singole componenti. Il kit vuole quindi fornire un supporto per il lavoro in classe, per parlare di noi, della nostra adattabilità e resilienza, di ciò che intendiamo quando parliamo di identità e del futuro che ci aspetta. Ma anche di cosa significa essere cittadini del mondo e del concetto di cittadinanza globale.
Corredato di un video tutorial introduttivo e caratterizzato da una interfaccia accattivante, il kit si compone di due parti, connesse tra loro.
La prima è dedicata ai contenuti, strutturati in tre macro-aree corrispondenti ai temi centrali del progetto: Giustizia Ambientale, Cambiamento climatico, Migrazione ambientale. Ciascuna area è composta da 4 unità, a sua volta contenenti tre testi e due domande per approfondire particolari questioni, per un totale di 60 sezioni. I contenuti sono stati curati da oltre 35 esperti europei di diversi settori (geografia, antropologia, sociologia, agronomia, economia, ecologia ecc.) con la supervisione di un Comitato Scientifico, che garantisce l’alto livello scientifico del kit. Nel contempo, si è voluto puntare alla massima accessibilità, usando un linguaggio alla portata di non esperti, con testi brevi, ma arricchiti da link che connettono le diverse unità.
La seconda parte contiene invece una raccolta di oltre 40 attività didattiche che insegnanti ed educatori possono proporre autonomamente nelle proprie classi, come giochi di ruolo, esercizi di matematica, laboratori artistici, da realizzare insieme agli studenti.
Inoltre, il kit è arricchito da link utili a reperire informazioni on-line (video, rapporti ecc.), da strumenti on-line gratuiti per la creazione di diagrammi, mappe, rapporti e da diverse sezioni dedicate agli approfondimenti (bibliografia, glossario ecc.).
Il kit è disponibile on-line sul sito www.sameworld.eu,  .

Giustizia Ambientale

Il termine “giustizia ambientale” […] si riferisce al diritto delle comunità e dei cittadini di vivere in un ambiente pulito e salubre, in armonia con i loro desideri e con la propria cultura, senza il rischio di venire danneggiati da attività economiche o industriali di alcun tipo.

La giustizia ambientale è la risposta delle comunità locali e degli attivisti alla pressione esercitata sul territorio dalla presenza di industrie e attività estrattive (le miniere), da dighe, deforestazione, centrali nucleari, inceneritori, discariche e strutture analoghe, nonché alle diseguaglianze nell’ambito del commercio globale e ai deficit di democrazia a livello locale.
Le prime ad applicare il concetto di giustizia ambientale alle proprie battaglie quotidiane sono state, negli anni ’80, le comunità di afroamericani e latinoamericani negli Stati Uniti. Queste comunità hanno denunciato l’inquinamento e il degrado presenti nei loro quartieri e la mancanza di strutture che garantissero la salubrità dell’ambiente, nonché l’indifferenza nei loro confronti delle istituzioni, che non prevedevano compensi per i danni inflitti. Sono stati questi pionieri a porre l’accento sul “razzismo ambientale”, vale a dire il filo che collega l’inquinamento, la questione razziale e la povertà, e a dimostrare come tutti questi concetti fossero interconnessi ad attività pericolose dal punto di vista ambientale condotte in maniera scellerata. Tale interconnessione è ulteriormente aggravata dalla scarsità di alternative e di potere politico ed economico e, di conseguenza, dai molti rischi connessi alle diverse attività, che venivano regolarmente ignorati.
[…]
Il concetto di giustizia ambientale ha poi fatto il giro del mondo, traendo ispirazione e insegnamento da diversi altri gruppi impegnati in altre lotte.
[…]

È ora chiaro che l’ingiustizia ambientale e le diseguaglianze globali costituiscono due facce della stessa medaglia: mentre l’1% delle persone nella fascia più ricca della popolazione mondiale detiene al momento il 48% della ricchezza globale, la metà degli abitanti del globo, collocati nella fascia più povera, ne detiene l’1%. Ironia della sorte, le aree in cui i danni ambientali e l’inquinamento risultano più ingenti sono anche quelle maggiormente colpite dagli impatti del cambiamento climatico e, quindi, risultano maggiormente vulnerabili a fenomeni quali erosione, inondazioni etc..
Tratto dal testo originale di Daniela Del Bene, ricercatrice presso l’Institut de Ciència i Tecnologìa Ambientals (ICTA) – Universitat Autònoma de Barcelona

Segni del cambiamento climatico

La temperatura media sulla Terra è in aumento; tuttavia, tale innalzamento non è l’unico indicatore del cambiamento climatico. Secondo l’IPCC – Intergovernmental Panel on Climate Change (Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico), la temperatura media globale e il livello del mare si sono innalzati, gli oceani sono più caldi e la velocità con cui il ghiaccio e la neve si sciolgono è aumentata. Per individuare i segnali del cambiamento climatico, gli scienziati tengono in considerazione svariati fattori: ad es., studiano le serie storiche, raccolgono i dati provenienti dalle misurazioni e osservano l’andamento delle temperature, le dinamiche del tempo atmosferico, i mutamenti del livello del mare e altre caratteristiche ambientali. La Figura illustra diversi indicatori del cambiamento climatico.

Il cambiamento climatico non significa godersi belle giornate di sole, come ritenuto da molti. Poiché il clima è divenuto più caldo, alcune tipologie di eventi meteorologici estremi si sono fatti più frequenti: basti pensare a quanto avvenuto negli ultimi decenni, in cui il calore estremo e le precipitazioni intense e la siccità si sono fatti più intensi e diffusi. Le piogge intense, gli uragani e altri tipi di tempesta tropicale traggono energia dall’acqua calda degli oceani. Ciò può causare inondazioni e il peggioramento della qualità dell’acqua, ma anche una riduzione delle risorse idriche disponibili in alcune regioni. Inoltre, in molti luoghi si verifica una riduzione del manto nevoso e un più rapido scioglimento della neve. Ad esempio, si prevede che gli inverni nell’Europa Settentrionale diverranno più miti e piovosi, mentre il manto nevoso diverrà più instabile.

Tratto dal testo originale di Stefano Caserini, Professore di Mitigazione del Cambiamento Climatico, Politecnico di Milano; Ylle Napa, Consulente Ambientale.

L’epoca delle migrazioni

Il periodo attuale è conosciuto come “l’epoca delle migrazioni” essendo la mobilità umana uno dei fenomeni più emblematici della contemporaneità. Infatti grazie alle nuove tecnologie di comunicazione e ai moderni mezzi di trasporto, i territori e i confini sono più fluidi e “più vicini” e muoversi anche sulle lunghe distanze è diventato più facile.

Le persone si spostano in cerca di nuove opportunità ma anche per fuggire in altre parti del mondo, verso Paesi un tempo sconosciuti. Oltre a miliardi di turisti, uomini d’affari e ricercatori universitari, a spostarsi sono anche più di 200 milioni di migranti. La maggior parte di loro cerca migliori condizioni di vita, molti sono obbligati a scappare dalla loro terra.
[…]
Al momento vi è un numero crescente di “migranti ambientali”, cioè di persone che si spostano per motivi connessi al cambiamento climatico e al degrado ambientale. Addirittura le previsioni dicono che nel 2050 le cause ambientali costituiranno il principale motivo di migrazione.
[…]
Oggi la migrazione ambientale è un fenomeno significativo, che sembra riguardare principalmente i popoli più vulnerabili e i Paesi dell’emisfero sud: sono questi fattori a far sì che il fenomeno sia percepito come “problema”.
Tuttavia, da un altro punto di vista le migrazioni costituiscono una possibile forma di adattamento, una strategia che potrebbe apportare notevoli benefici. Ci sono diverse regioni vulnerabili, quali, ad esempio, l’Africa Occidentale, in cui la mobilità (pastoralismo nomade) è una strategia pluricentenaria sviluppata per far fronte alle variazioni del clima.
Il cambiamento climatico è un problema crescente, che riguarda tutti gli abitanti del pianeta; dobbiamo quindi tutti mobilitarci verso una maggiore tutela ambientale ma anche contribuire alla ridistribuzione dell’accesso ai diritti e alle risorse.
Allo stesso tempo è anche importante essere consapevoli che adottare un approccio allarmistico rischia di creare un problema ancora maggiore, contribuendo a creare sentimenti anti-immigrati e instillando nel grande pubblico l’idea che la migrazione sia un problema, piuttosto che un aspetto integrante dei processi di sviluppo.

Tratto dal testo originale di Chiara Lainati, antropologa SAME WORLD

Same world in the Global Education

L’Istituto Comprensivo “Don Lorenzo Milani” di Aquileia ha aderito in modo convinto e attivo al Progetto internazionale SAME WORLD, come ha fatto sempre, ogniqualvolta il CeVI, Centro di Volontariato Internazionale, ha presentato le sue proposte.

Tale adesione si è sviluppata in due direzioni: le attività con le classi delle Scuole Secondarie di 1° grado, condotte da un operatore del CeVI, e la formazione di una docente (la sottoscritta) che ha partecipato al Seminario Internazionale Same World svoltosi a Milano lo scorso mese di ottobre.
Il focus delle iniziative è stato il problema delle migrazioni ambientali, provocate dai mutamenti climatici che interessano il pianeta. Un tema trasversale, che coinvolge varie discipline: Scienze, Educazione alla Cittadinanza, Geografia, Tecnologia. Un fenomeno di fronte al quale si percepisce ancora una diffusa, grave indifferenza.

Le attività che le nostre classi hanno svolto grazie al Progetto Same World, hanno inteso creare le migliori condizioni per avviare efficaci percorsi didattici volti alla sensibilizzazione dei ragazzi sull’argomento, ma anche, colmare, almeno in parte, proprio questa generalizzata distanza della didattica e dei curricoli dai grandi temi dei cambiamenti climatici, dell’ingiustizia ambientale e delle conseguenze sociali ad essi correlate: LO STESSO MONDO, appunto, in cui tutti i popoli hanno il diritto alle pari opportunità, al rispetto, alla giustizia socio-ambientale, sempre all’insegna della sostenibilità delle scelte economiche e politiche.

Il Seminario Internazionale di Milano

Il Seminario di Milano ha rappresentato una preziosa occasione di arricchimento professionale: gli interventi dei relatori hanno offerto un’ampia panoramica sui temi del Progetto, illustrando buone pratiche didattiche, esperienze e metodologie realizzate all’interno e fuori dell’Unione Europea. Nel momento storico che stiamo vivendo, spesso drammaticamente, sentiamo la pressante necessità di dare una dimensione globale alle nostre scelte educative sul piano della giustizia ambientale e sociale, nella convinzione che siano un fattore determinante nella costruzione di una Pace vera e duratura tra i popoli.
Momenti particolarmente significativi sono stati la proposta teatrale, a cui i partecipanti al Seminario hanno assistito la sera del 21 ottobre scorso presso l’Auditorium Cascina Triulza nell’ambito di EXPO 2015, e i lavori di gruppo del  22. Si è trattato, nel primo caso, di una performance teatrale sul grande tema del rapporto tra sostenibilità ambientale e opportunità di lavoro; lo spettacolo in qualche momento ha coinvolto anche il pubblico, secondo i canoni del teatro-forum. L’esperienza ha efficacemente dimostrato come il linguaggio teatrale possa avere grandi potenzialità per affrontare e sviluppare utilmente anche temi di impegno sociale e ambientale.
Quello dei lavori di gruppo tra insegnanti, professori universitari, studenti, educatori provenienti da varie parti del Mondo sui temi del Progetto e sul confronto delle esperienze didattiche e delle buone pratiche, è stato un momento veramente coinvolgente ed interessante: brainstorming e discussioni hanno offerto enormi spunti per l’attività educativo-didattica e per la riflessione, che sicuramente ricadranno utilmente nelle pratiche quotidiane di ognuno.

Un cartone animato per imparare il rispetto e la collaborazione

Il Ce.V.I., Centro di Volontariato Internazionale, è un’associazione che aiuta le persone in difficoltà, ma si occupa anche di andare nelle scuole e lavorare con i bambini sui temi del rispetto reciproco e della collaborazione. Il 6 novembre 2015 è arrivato nella nostra scuola Davide, un operatore del Ce.V.I., per spiegarci che al mondo ci sono tante persone in difficoltà e per insegnarci ad aiutarci a vicenda e ad accettarci come siamo.
All’inizio abbiamo fatto un gioco in cui dovevamo rappresentare dei bambini con qualità e difetti differenti, che ci ha insegnato a rispettarci anche se siamo diversi e ad aiutarci quando siamo in difficoltà. Poi abbiamo ascoltato il racconto “Abdallah di terra e Abdallah di mare”e con le nostre idee abbiamo trovato un finale alla storia e l’abbiamo rappresentata con dei disegni. I nostri lavori sono stati fotografati per creare un cartone animato sull’accoglienza.
È stato molto divertente, soprattutto nel disegnare il cartone animato, che riceveremo appena sarà pronto.
Questo percorso ci è piaciuto perché abbiamo imparato a conoscerci meglio, inoltre ci ha insegnato a stare bene insieme e a non criticare gli altri per l’aspetto e per le proprie caratteristiche. Ci ha insegnato a rispettare ognuno com’è: non importa se siamo diversi l’uno dall’altro, quello che importa è volersi bene!

Nei panni degli altri

Il 18 e il 24 novembre è venuta nella nostra classe Tamara, una volontaria del CeVI, per proporci un’attività diversa da quelle curricolari. Dopo essersi presentata, ci ha spiegato che l’acronimo CeVI significa Centro di volontariato internazionale e si riferisce ad un’organizzazione non governativa nata nel 1984 con diversi scopi, non ultimo quello di educare all’accettazione degli altri, al confronto, al dialogo, superando stereotipi e pregiudizi.
Noi viviamo ormai in una società multiculturale, anche la mia classe è una piccola società nella quale convivono culture diverse, e tutto ciò è fonte di arricchimento, anche se non tutti lo sanno o lo riconoscono. E molti non sanno nemmeno che non tutte le etnie hanno le stesse opportunità e una qualità di vita dignitosa.
Per farci capire tutto ciò, Tamara ci ha invitati a metterci “nei panni degli altri”, espressione che richiama il titolo del nostro percorso. Mettersi nei panni degli altri significa non pensare solo a noi, ma riconoscere che nel Mondo ci sono persone che non hanno nulla, che combattono ogni giorno per procurarsi da mangiare, che muoiono a causa delle guerre o delle malattie. Noi ragazzi, quando torniamo da scuola, troviamo una casa calda, il cibo nel piatto, l’affetto dei nostri cari, tutte cose che spesso diamo per scontate, ma che per altri bambini sono solo un sogno irraggiungibile.
Durante il primo incontro la nostra educatrice ci ha consegnato delle schede che riportavano la descrizione di alcuni personaggi provenienti da diverse parti del mondo. Con molta attenzione e curiosità abbiamo letto le loro storie e, su invito di Tamara, le abbiamo fatte nostre:
alcune erano molto tristi, perché mettevano in evidenza vissuti di guerra, di povertà, di sofferenza, di emigrazione. Abbiamo cercato poi sul planisfero le zone originarie di quelle persone e ci siamo resi conto che molte di esse venivano dai Paesi meno sviluppati del Mondo. Tamara, infine, ci ha proposto di riferire ciò che esse avrebbero potuto desiderare; diversi di noi hanno risposto “migliori condizioni di vita, la possibilità di andare a scuola, di trovare un lavoro, di usufruire delle risorse della Terra”.
Il secondo incontro è stato ancora più interessante, perché abbiamo svolto un gioco di simulazione in aula magna che ci ha coinvolti molto e ci ha permesso di “visualizzare” le differenze di opportunità di vita che esistono fra i diversi popoli della Terra. Tamara ci ha fatti schierare frontalmente su una linea di base, dicendoci di immedesimarci nei panni dei personaggi la cui descrizione avevamo letto in classe durante l’incontro precedente. Poi ci ha fatto delle domande e ogni volta che corrispondevano a qualcosa di positivo per noi, dovevamo fare un passo avanti. In breve solo due ragazzi sono riusciti a percorrere un lungo tragitto, alcuni sono rimasti a metà strada, molti si sono spostati di un solo passo.
Le differenze fra i diversi gruppi umani erano lì sotto gli occhi di tutti: solo un ragazzo, nella simulazione, dichiarava di avere tutto dalla vita e, ciò che ci ha colpiti di più, riteneva di non essere disposto a rinunciare a nulla per aiutare le persone meno fortunate di lui.
Quando siamo ritornati in classe, ci siamo divisi in gruppi, abbiamo immaginato l’aspetto dei nostri personaggi e abbiamo disegnato su un cartellone il loro ritratto.
Questa attività per tutti noi è stata molto interessante, perché ci ha permesso di analizzare a fondo diverse tematiche attuali e di lavorare in modo attivo, diventando noi stessi i protagonisti del nostro apprendimento.

 

COP21

Cos’è la COP21 e perché e come il CeVI vi ha partecipato

La COP 21 si è svolta a Parigi nel dicembre scorso ed è stata la 21° “Conferenza delle Parti” (questo il significato dell’acronimo “COP”), prevista nell’ambito della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (United Nations Framework Convention on Climate Change – UNFCCC). Per Parti si intendono dunque le delegazioni ufficiali degli Stati che sono formate da Capi di stato, Ministri, parlamentari, funzionari dei ministeri, diplomatici ed esperti di settore.
Le organizzazioni della società civile, come altre organizzazioni e istituzioni, non sono componenti delle Parti, ovvero delle delegazioni ufficiali ma vengono considerate nel ruolo di osservatori; hanno accesso alle assemblee plenarie delle Parti, ad alcuni incontri di negoziazione ma non a tutte le fasi dei negoziati, alcune delle quali avvengono infatti a porte chiuse.
Il CeVI ha ottenuto lo status di “Osservatore” e in tale veste ha partecipato alla COP21.
Ha partecipato inoltre ai Forum della società civile esterni alla Conferenza dove organizzazioni provenienti da tutto il mondo si incontrano per proporre le loro proposte per combattere il riscaldamento globale. Le COP infatti non prevedono processi partecipativi con le associazioni della società civile.

Valutazioni sull’Accordo di Parigi della COP21

L’accordo firmato da 187 governi alla COP21 di Parigi (dicembre 2015) ha definito il nuovo quadro globale di riferimento nel quale gli Stati dovranno agire per contenere l’aumento della temperatura del Pianeta entro i 2°C e “procedere negli sforzi per limitare questo aumento a 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali”. Ma l’accordo permetterà di raggiungere questo obiettivo, che la scienza indica come il limite massimo da non superare per evitare uno sconvolgimento planetario?
Il cuore dell’accordo sono gli impegni nazionali, su cui si basano le azioni di contenimento delle emissioni, che sono volontari. L’accordo non è dunque giuridicamente vincolante: non sono previsti dispositivi giuridici né sanzioni che obblighino al mantenimento degli impegni dichiarati. Inoltre, la somma di tutti gli impegni nazionali depositati finora risulta insufficiente, poiché porterebbe comunque ad un aumento di temperatura stimato di 2,7-3,5 °C. Il testo finale ha eliminato anche gli obiettivi quantitativi di riduzione delle emissioni e i riferimenti temporali entro i quali realizzarle, utilizzando espressioni estremamente vaghe.
Sembra quindi mancare la volontà politica di agire drasticamente ed immediatamente per il superamento dell’economia fossile e la conversione del modello produttivo, verso una transizione basata sulla “giustizia climatica”. Questo concetto, pur citato nell’accordo, è stato di fatto negato: anche se sono previsti maggiori impegni per i Paesi più ricchi, questi sono esercitati in forma volontaria e senza obblighi specifici.
I riferimenti ai diritti umani sono rimasti nel preambolo e non viene citato il diritto all’acqua, come se non fosse uno dei primi diritti negati dagli effetti del riscaldamento globale. Nessuna menzione neppure al ruolo centrale dell’acqua nei cambiamenti climatici, anche se la modifica del ciclo idrico, nelle sue manifestazioni estreme (inondazioni, siccità), è già uno degli effetti più gravi, anche a livello sociale. Un gruppo consistente di Stati aveva proposto, nelle prime bozze del testo, misure specifiche per i profughi climatici, escluse dal testo finale pur sapendo che queste migrazioni sono già una realtà, che determina tragedie umane che non possiamo continuare a sottovalutare.
L’accordo dà invece grande spazio alle misure di adattamento e di trasferimento tecnologico, ovvero gli ambiti dove investitori e imprese private, entusiasti dell’accordo, hanno i maggiori interessi economici e finanziari.

Il Forum della società civile parallelo a COP21

La mia COP21

Quando ho capito che avrei avuto effettivamente la possibilità di partecipare alla ventunesima Conferenza Mondiale sul Clima di Parigi, mi sono sentita eccitata e spaventata allo stesso tempo. È un’occasione che capita raramente ai ragazzi della mia età e che non va sprecata: richiede un grande impegno e molta dedizione.

In un attimo eccomi pronta a partire per Parigi, una settimana dopo gli attentati del 13 e 14 Novembre 2015 allo Stade de France e al Bataclan, armata solo del mio biglietto e di un bagaglio a mano rosso, contenente un piccolo dizionario italiano-francese per sopravvivere in Francia. L’aereo sorvola Parigi, illuminata da milioni di luci e io rimango folgorata dalla sua bellezza, da quella magia che l’ha resa la città dell’amore.
Il giorno dopo inizia con la prima di una lunga serie di levatacce che si sarebbero susseguite nei successivi 10 giorni. Mi avventuro nelle strade di una Parigi semideserta stringendo la cartina della metro e salgo sulla RER B in direzione “Aéroport Charles de Gaulle”. Scendo a “Le Bourget”, addobbata con bandiere e cartelloni raffiguranti il simbolo della COP21. Trovo ad attendermi delle gentili signorine che mi guidano verso le navette predisposte per raggiungere la COP21 e in pochi minuti ecco palesarsi davanti a me l’imponente entrata bianca, spezzata solo dai colori delle bandiere di tutti i Paesi del mondo, raffigurate su delle candide colonne. Supero i serrati controlli della sicurezza, simili a quelli dell’aeroporto, per giungere infine al desk di ricezione, in cui mi fanno una bellissima foto in cui sembro una marziana arancione e mi assegnano il badge, una cartina dettagliata di tutti i padiglioni e una bellissima borsa riciclata da un maglioncino, contenente un taccuino, una penna, una spilla e un’ingegnosa borraccia, tutte tassativamente targate COP21. Mi avventuro per i padiglioni bianchi e rimango colpita da dei giganteschi animali di plastica colorati, tra cui dei simpatici panda e delle dolci giraffone.
Da Lunedì a Sabato sono stata inghiottita dal mondo COP21, dai discorsi di apertura dei Capi di Stato, dal susseguirsi di conferenze, dalle voci di corridoio sull’avanzamento delle trattative, dalle corse per andare a procacciare del cibo ai baracchini adibiti, dalle interminabili code, dai coffee break e dagli spuntini del catering di qualche side event, dai briefing di inizio e fine giornata, dal “Fossil of the Day”, dalle stanze di meditazione e relax, insomma, da un mondo parallelo, vivo e variopinto tanto quanto il nostro, ma assai più ricco rispetto alla nostra routine di tutti i giorni.
Non dimenticherò mai la corsa per riuscire a entrare all’evento organizzato da Al Gore e di come siamo tutti rimasti a bocca aperta quando ha pregato la “Press” e le “Parties” a uscire dalla stanza per dare spazio a noi, quelli della società civile, quelli che spesso venivano esclusi dalle conferenze più importanti e che a tutte le altre conferenze potevano entrare per ultimi. Non dimenticherò mai il suo brevissimo discorso e il lunghissimo tempo che ha dedicato alle nostre domande, soprattutto a quelle dei giovani e della sua schiettezza nell’ammettere che non è d’accordo con la politica estera statunitense.
Non potrò mai dimenticare la grandissima dignità e la forza maestosa degli indigeni che lottavano giorno dopo giorno affinché venisse riconosciuta l’importanza del loro ruolo nella preservazione dell’ambiente.
Non dimenticherò mai l’entusiasmo degli altri giovani che erano con me alla COP21, ma soprattutto la loro passione e la loro professionalità.
Nell’accordo finale si è raggiunto molto, chiaramente non tutto, ma tutto ciò che è stato raggiunto è stato merito di tutte le persone presenti in quei giorni alla COP21, piccole e grandi che fossero, ma non solo, anche di tutte le persone che durante tutti questi anni hanno partecipato alle precedenti COP e che hanno manifestato per difendere il mondo di tutti.
In un attimo eccomi di nuovo seduta sul sedile di un aereo a guardare fuori dal finestrino per salutare quella città che in così pochi giorni mi aveva dato così tanto. Un’ondata di stanchezza e di tristezza si è abbattuta su di me, mentre mi addormentavo sorridendo.

Un momento di un’assemblea plenaria della COP21

Un albero per ogni bambino

Che mondo stiamo lasciando ai nostri figli? – Ciascuno di noi ha sentito pronunciare questa domanda, da un politico, da un ambientalista, dal vicino di casa, dal professore di scuola e persino dal proprio amico.
La risposta è facile, immediata: davanti agli occhi di tutti noi si stanno palesando gli effetti del cambiamento climatico. L’alternarsi delle siccità e delle alluvioni stanno causando una scarsità alimentare e di risorse idriche, esponendo milioni di persone in tutto il mondo alla malnutrizione, alla disidratazione e alle epidemie, obbligandole a lottare o a fuggire per la loro sopravvivenza.
I bambini rappresentano la fascia più vulnerabile e che più soffre gli effetti del cambiamento climatico, spesso con conseguenze irreversibili per il loro sviluppo e per il loro futuro.
I bambini del Sud del mondo sono privati della loro spensieratezza, dovendo fare i conti con la dura legge della sopravvivenza: sono costretti ad adattarsi a situazioni climatiche sempre più estreme, che non lasciano tempo libero per sogni, giochi o apprendimento cognitivo, aspetti dell’infanzia di cui tutti noi appartenenti ai cosiddetti Paesi Sviluppati abbiamo avuto il diritto di godere da piccoli.
Diretto testimone di questo è Cahaya Penjijawi, un bambino di soli 11 anni proveniente dall’East Sumba, un’isola dell’Indonesia che da anni soffre per colpa delle siccità. Cahaya, che significa luce in indonesiano, è stato il protagonista del side event “Climate Change and Children’s Rights: Children as vulnerable group and agents of change” tenutosi nella giornata dedicata alla gioventù e alle generazioni future (3 dicembre 2015) alla COP21 di Parigi.
Il piccolo Cahaya ha preso per la prima volta un aereo in vita sua per andare a Parigi e raccontare a tutti di come sia difficile essere bambini sulla sua isola, dato che lui e i suoi amici sono costretti ad andare a cercare l’acqua dolce sempre più lontano per aiutare i genitori a coltivare i piccoli campi che, insieme alla pesca, rappresentano la loro unica fonte di sostentamento.
“Nel mio villaggio – ha spiegato – ogni volta che nasce un bambino, i genitori piantano un albero per mantenere l’armonia con la natura. Ogni volta che nasce un essere umano, deve nascere anche una pianta. Per colpa della siccità questo non è più possibile”.
Cahaya e tutti gli altri bambini del Sud del mondo non hanno una voce, il loro grido d’aiuto rimane inascoltato dal mondo occidentale, in quanto non hanno il diritto di partecipare alle discussioni e alle trattative per raggiungere gli accordi globali sul cambiamento climatico come quello appena raggiunto alla COP21 di Parigi.
È importante coinvolgere i bambini e i giovani sui temi del cambiamento climatico, indagando su come affrontano le difficoltà con cui si scontrano tutti i giorni, in modo tale da stimolare la loro partecipazione attiva e poterli coinvolgere concretamente nelle decisioni politiche sull’adattamento.
Le istituzioni e le organizzazioni umanitarie devono impegnarsi a lavorare con i bambini nel pieno riconoscimento della loro capacità di prepararsi e rispondere al cambiamento climatico, solo così sarà possibile trovare una soluzione per uno sviluppo compatibile con l’equità sociale e l’equilibrio ambientale, permettendo alle future generazioni di godere delle stesse risorse a cui abbiamo avuto accesso noi.